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Le recenti vicende che legano Arabia Saudita, Libano, Israele e Iran continuano a sollevare più di un interrogativo. L’unica cosa certa è che il centro di tutti questi intrecci sia Riyad. È l’Arabia Saudita la causa scatenante di tutto. Ed è dunque in essa e nei comportamenti posti in atto dalla casa regnante che vanno ricercate delle risposte, per quanto possa essere difficile trovarne. Ciò che potrebbe emergere è il disegno di un grande bluff costruito ad arte da Riyad. Andiamo con ordine.

Macron ha offerto “asilo” ad Hariri

L’ultima notizia sulla crisi diplomatica tra Arabia Saudita e Libano parla dell’entrata in scena del Presidente francese Emmanuel Macron. Quest’ultimo avrebbe offerto la Francia come terra di rifugio per l’ex Premier libanese Hariri. Tuttavia secondo le dichiarazioni ufficiali di Casa Saud, Hariri non è “prigioniero bensì ospite” a Riyad e ivi avrebbe mantenuto tutte le funzioni che convengono a una persona libera. Se Hariri fosse effettivamente libero come si sostiene a Riyad, perché Macron avrebbe offerto “asilo” al politico libanese? Primo bluff saudita.

Emmanuel Macron è poi lo stesso autore di un viaggio proprio in Arabia Saudita una settimana fa. Il Presidente francese ha avuto modo di parlare sia con l’anziano e abdicante re Salman che con l’ormai designato erede bin Salman. Che sia stato già decisa durante quello stesso incontro l’offerta francese di ospitare Hariri? L’Arabia Saudita potrebbe infatti aver sperato di provocare un’immediata escalation militare contro Hezbollah subito dopo le dimissioni di Hariri.

Una volta constatato che il piano non è riuscito, Casa Saud si sarebbe così trovata in casa un “ostaggio” più che scomodo, considerati anche i continui e minacciosi richiami del Presidente del Libano. Certo, è solo un’ipotesi, ma se Hariri dovesse andare realmente in Francia, dimostrerebbe un altro bluff saudita. Il secondo.

Libertà in cambio del patrimonio, l’ultima offerta di bin Salman

La scorsa settimana il principe ereditario bin Salman ha proceduto all’epurazione di una larga parte delle più alte personalità del regno. Si è trattata di un’operazione di “anti-corruzione” secondo la versione ufficiale di Riyad. In realtà sono molti gli osservatori che hanno interpretato le “purghe” di bin Salman come un atto per eliminare avversari politici e consolidare la propria ascesa al regno. Terzo bluff saudita. Non solo.

Su questo portale era stato scritto come gli arresti posti in atto da bin Salman avessero portato anche al congelamento di tutti i beni detenuti dalle personalità saudite. Una cifra che sarebbe dovuta servire ad “aggiustare” le finanze non troppo in salute di Riyad. Oggi arriva la conferma che oltre ad una volontà politica, le purghe sono state dettate anche da necessità economiche. Secondo la CNBC il principe starebbe contrattando con gli incarcerati. La libertà in cambio del 70% delle loro ricchezze. Questa è la condizione posta da bin Salman. Quarto bluff.

Quell’alleanza inesistente con la Cina

Infine il portale di informazione saudita al arabiya, nella sua versione inglese,  ha riportato la notizia di una chiamata fatta da Xi Jinping al re Salman. Nella stessa il Presidente cinese avrebbe espresso il suo pieno supporto alla “volontà saudita di salvaguardare la sicurezza nazionale”. Una frase che se realmente pronunciata in questo momento di crisi diplomatica, avrebbe quasi una valenza di alleanza militare in caso di conflitto.

Diverso è però ciò che emerge dalla Reuters e dai media cinesi rispetto alla stessa conversazione telefonica. “Non importa come possa cambiare la situazione in Medio Oriente, la cooperazione tra Cina e Arabia Saudita non cambierà”, avrebbe detto Xi Jinping. C’è una sostanziale differenza tra “salvaguardare la sicurezza nazionale” e “non cambiare tipo di cooperazione in caso di cambiamenti”. Molto probabilmente Xi Jinping, allarmato dalle tensioni in Medio Oriente, ha voluto ribadire la volontà di continuare a fare affari con Riyad, niente di più. Quinto bluff saudita.

L’Arabia Saudita maschera una grande crisi

Tutte queste finte manovre unite a esagerate manifestazioni di forza, rivelatesi poi inconsistenti, come lo sbandieramento di alleati in realtà inconsapevoli, disegnano un’Arabia Saudita in realtà debolissima. Debole militarmente, perché uscita sconfitta dopo sei anni di logorante finanziamento dei ribelli in Siria e dopo due anni di conflitto senza vincitori in Yemen. Debole politicamente, per una successione che ancora non si è concretizzata del tutto. Ma sopratutto debole economicamente.

L’economia saudita è alla “canna del gas” dopo un biennio in cui il prezzo del petrolio si è bloccato ai minimi storici. L’oro nero è arrivato al punto di non garantire nulla al regno che si è dovuto pensare a un programma di riconversione totale dell’economia saudita. Il Vision 2030. I programmi però implicano investimenti, altri soldi da spendere. Soldi che Casa Saud non ha praticamente più. E la libertà offerta dal principe agli ufficiali arrestati in cambio del loro patrimonio sembra essere una richiesta disperata di “carità” a un regno che non ha più ossigeno.