Conti alla mano, almeno 101 milioni di elettori americani hanno deciso di votare per le presidenziali del 2020 in anticipo, mentre altri 60 hanno scelto di votare durante l’Election Day, il 3 novembre. A tenere traccia di tutto è stato Michael McDonald, docente dell’Università della Florida, che ha raccolto pazientemente i dati. Secondo le rilevazioni del professore, circa 65 milioni hanno scelto di votare per posta.
Quest’onda di voti anticipati si è quindi abbattuta sul sistema postale causando di fatto ritardi nelle consegne delle schede ai seggi che dovevano scrutinarle. Così le fasi successive alla chiusura dei seggi sono diventante molto complesse. I conteggi hanno consegnato la vittoria al democratico Joe Biden, avanti in alcuni Stati chiave, in particolare in Pennsylvania, Nevada, Georgia e Arizona. Il punto, però, sono i margini con cui ha vinto, e soprattutto le schede elettorali via posta che faticavano ad arrivare.
In questo contesto, infatti, ci sono voti ancora da consegnare e altri da scrutinare. Serve quindi un passo indietro per capire meglio numeri e ritardi. In questo senso ci vengono incontro un po’ di numeri forniti dallo U.S. Postal service, le poste americane. Iniziamo subito chiarendo che non esistono formalmente 300 mila schede scomparse. Piuttosto migliaia di “ballot” consegnate nei giorni successivi al voto o smistate in ritardo.
I numeri post elettorali
Andiamo con ordine. Secondo i dati delle poste, sappiamo che almeno 150 mila schede sono state raccolte e processate dallo U.S. Postal Service mercoledì 4 novembre, quindi dopo l’Election day. Di queste, circa 12 mila riguardano cinque stati chiave in cui il margine tra Biden e Trump, margine su cui torneremo nel dettaglio dopo, è limitato. Altre 39 mila schede sono invece state elaborate dal sistema postale giovedì 5. Anche qui una piccola parte, 4 mila, riguardano Arizona, Georgia, Nevada, Nord Carolina e Pennsylvania.
Dati alla mano, si vede che il giorno dopo il voto sono state elaborate addirittura più schede che nel giorno del voto. In particolare, si è stimato che il 4 novembre, la percentuale di elaborazione nelle poste americane si è attestata al 94,5%. Un buon numero considerato che, ad esempio, tra il 30 ottobre e il 2 novembre, la percentuale era diminuita di molto: dal 93,1% del 30 all’89,6% del 2. Il numero, però, ancora non soddisfa dato che il tetto fissato da esperti postali per considerare il sistema efficiente era del 97%. Le restanti schede dovrebbero quindi essere arrivate tra giovedì 5 e sabato 7. Non stiamo parlando di moltissimi voti, circa 8 mila, ma potrebbero rappresentare margini importanti.
Se scendiamo più in profondità, vediamo anche che i tassi di elaborazione del sistema postale in alcuni Stati in bilico sono stati ancora più bassi. Secondo quanto riportato dal Washington Post, nei distretti postali che servono Arizona, Nevada, Pennsylvania, Nord Carolina e Georgia, il tasso di puntualità dei voti postali si è fermato all’84,5%, in pratica 15 schede ogni 100 votanti non sono state smistate in tempo.
Uno dei possibili fronti delle battaglie legali che Trump intende portare avanti riguarderà quasi sicuramente i voti che sono stati conteggiati sulle schede arrivate dopo il 3 novembre. In teoria, stando a molte regole statali, tutti i voti timbrati il giorno del voto devono essere conteggiati, a patto che arrivino ai seggi entro il venerdì successivo al voto. Ancora non è chiaro quanti siano i voti mancanti al 7 novembre. Quello che sappiamo è che il giorno successivo al voto, negli Stati che stanno decidendo il futuro Presidente la situazione era questa: in Nevada tra il 3 e 4 novembre sono arrivate 5.153 schede; in Nord Carolina 3.793; in Pennsylvania 4.898.
I margini ristretti
A questo punto è lecito chiedersi perché ci devono interessare numeri tutto sommato così contenuti. Perché, come abbiamo detto prima, ci sono margini molto stretti tra i due candidati. Conti alla mano, la presidenza si gioca su un pugno di Stati. Per la precisione: Nevada, Arizona, Georgia, Wisconsin, Michigan e Pennsylvania. In tutti questi, il margine finale è molto stretto, come vediamo nell’infografica qui sotto.
In Georgia l’ex vice presidente Biden è avanti con poco meno di 8 mila voti (7,248 alle 13.00 del 7 novembre). In Arizona, Pennsylvania e Nevada la differenza è inferiore ai 30 mila voti. Tenendo anche conto che in alcuni stati, come la Georgia, verrà chiesto il riconteggio, tutto si giocherà sui voti per posta, soprattutto quelli arrivati dopo la giornata elettorale.
I ritardi nel giorno del voto
La polemica su queste schede postali era divampata già a ridosso del voto. Sia democratici che repubblicani avevano puntato il dito su queste schede, ovviamente per ragioni diverse. I primi accusano le poste di voler ritardare la consegna ai seggi del voto postale oltre i limiti di legge per lo scrutinio; i secondi temono che, nelle consegne successive al 3, ci possa essere margine per irregolarità.
Le poste statunitensi, da parte loro, hanno detto di aver subito un’ondata di spedizioni enorme, spiegando al Congresso di aver elaborato 135 milioni di lettere dal 4 settembre, lettere che comprendevano sia schede informative dei funzionari elettorali agli elettori, sia schede completate con i voti. Quello che è certo è che, soprattutto nei giorni a cavallo del voto, c’è stato un rallentamento nelle consegne.
Sempre stando ai dati del servizio postale, sappiamo che martedì 3 novembre il 7% delle schede non era stato ancora consegnato ai seggi. Sappiamo anche che la percentuale di schede elaborate il 3 è stata del 93,3%, ben al di sotto del livello di efficienza del 97% di cui parlavamo prima. La stampa americana è entrata in possesso di questi numeri anche grazie agli atti processuali di una corte federale.
Il gruppo per i diritti civili NAACP, insieme ad altre formazioni per il diritto di voto, aveva infatti citato in giudizio le poste per non aver impegnato sufficienti forze al fine di garantire le consegne nei tempi prestabiliti. La causa era finita sul tavolo del giudice federale Emmet Sullivan del District of Columbia. Una settimana prima del voto, Sullivan aveva ordinato alle poste di dividere 12 strutture di elaborazione postale che coprono 15 Stati, per migliorare le operazioni di scrutinio. Disposizione cui però l’Usps non ha dato seguito per ragioni logistiche, appoggiata anche dal dipartimento della Giustizia.
La mossa della corte era arrivata dopo che nel dibattimento le poste avevano detto di non essere state in grado di rintracciare 300 mila schede a livello nazionale. Nello specifico, queste schede avrebbero ricevuto la scansione in ingresso presso le strutture di elaborazione, ma non quella in uscita. Nelle stesse udienze, il funzionario delle poste, Kevin Bray, e il rappresentante dei sindacati di posta, Mark Dimondstein, hanno spiegato che parte di quelle schede non è probabilmente stata sanzionata in uscita perché elaborata a mano dai funzionari.
Il portavoce delle poste ha spiegato che, negli ultimi 14 mesi, l’U.S. Service Post ha maneggiato qualcosa come 4,5 miliardi di materiale elettorale, un aumento del 114% rispetto al ciclo elettorale del 2016. Nei giorni successivi all’udienza, il servizio postale ha provato a rintracciare le famose 300 mila schede. Al termine dei controlli, quelle non ancora rintracciabili erano 81 mila. È però probabile che nei giorni successivi, almeno fino a venerdì, queste schede siano arrivate ai rispettivi centri di spoglio.
Al termine dello spoglio, che richiederà ancora qualche giorno, si aprirà la partita dei riconteggi. Georgia e Wisconsin sono già certi dell’operazione. Ma altri, come Arizona e Pennsylvania, potrebbero seguire. Parallelamente si aprirà la battaglia sulle schede consegnate dopo il voto. Alcuni Stati hanno allungato i tempi di consegna per via dell’emergenza sanitaria in corso, ma non è da escludere che la decisione possa essere ribaltata.