James Mattis, 66 anni, ha combattuto tre guerre (nel Golfo, in Afghanistan e infine in Iraq), è stato la spina nel fianco di Barack Obama e, ora, è il ventiseiesimo Segretario della Difesa degli Stati Uniti. Donald Trump ha affidato a lui la missione di sconfiggere il terrorismo. Ora, “Cane pazzo” studia il modo per farlo. Gli Stati che ha nel mirino sono 6: Afghanistan, Iraq, Siria, Yemen, Somalia e Iran. Questo è il suo ordine prioritario.

Afghanistan

È stata la prova di forza dell’amministrazione Trump. Lo scorso aprile, un C130 ha sganciato la superbomba Moab sul distretto di Achin, nella provincia di Nangarhar. L’esplosione ha ucciso 94 miliziani dell’Isis, poco se si pensa al potenziale della Moab. Tanto a livello di propaganda: gli Stati Uniti sono disposti ad usare qualsiasi arma convenzionale per debellare il terrorismo e gli Stati “canaglia”, Iran e Corea del Nord in testa. Mattis ha detto: “I talebani hanno avuto un grande 2016, rischiamo di perdere tutto ciò che abbiamo conquistato negli ultimi 15 anni”. Entro la metà di luglio il Pentagono presenterà “un piano di riscossa” al presidente americano. In Afghanistan sono schierati 9800 soldati, ma Mattis ne vuole di più. Almeno altri 3mila. Meglio ancora se fossero 5mila. Come scrive il Corriere, “negli anni di Obama, tutti i raid erano decisi dalla Casa Bianca. Gli alti gradi della Difesa venivano sistematicamente emarginati, Mattis compreso. Ma con Trump le leve del comando sono tornate al Pentagono”. Trump ha lasciato carta bianca e i risultati si vedono: in questi primi 6 mesi dell’anno gli Usa hanno sganciato il 20% ci bombe in più rispetto gli ultimi quattro mesi dell’amministrazione Obama. A farne le spese, sono stati soprattutto i civili: 132 morti solamente ad aprile.

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Infografica di Alberto Bellotto

 

Iraq

L’obiettivo della Casa Bianca è debellare definitivamente lo Stato islamico da Mosul (Per approfondire: il reportage di Fausto Biloslavo dalla prima linea della Capitale del Califfato). Proprio ieri, le forze irachene sono avanzate verso la città vecchia, conseguendo un’avanzata importante nel fronte nord orientale. Ma non basta. Muoversi nei vicoli di Mosul significa entrare in un labirinto pericolosissimo, dove i cecchini dell’Isis sparano sulle famiglie che cercano di fuggire a piedi o in barca attraverso il fiume Tigri.

L’offensiva irachena sostenuta dagli Usa a Mosul è entrata nel suo nono mese sabato 17 giugno. A gennaio era stata riconquistata la parte est della città. L’obiettivo ora è arrivare a prendere la Grande moschea di Al Nouri, dove nel 2014 il sedicente “califfo” Abu Bakr al Baghdadi si proclamò difensore della “umma”, la comunità dei musulmani. Prendere Mosul è fondamentale: la caduta della prima capitale dello Stato islamico darebbe un colpo quasi definitivo al morale dei militanti jihadisti.

Siria

La guerra in Siria procede da sei anni. Gli Stati Uniti hanno fomentato le prime rivolte contro Bashar Al Assad, sperando in un cambio di regime, che però non è mai arrivato. La Casa Bianca ha così cominciato ad addestrare i ribelli e a fornire loro armi per combattere Damasco. L’obiettivo ora è liberare Raqqa dalle bandiere nere dello Stato islamico. Ma non solo. Gli Stati Uniti stanno appoggiando costantemente i curdi, con il fine, nemmeno troppo velato, di strappare la parte nord della Siria per creare un nuovo Stato curdo. In questo modo la Casa Bianca, pur non riuscendo ad abbattere il governo di Assad, lo priverebbe di una parte importante del Paese.

Yemen

È stato l’esordio, per nulla fortunato, di Donald Trump nella scena internazionale. A soli due giorni dall’insediamento alla Casa Bianca, il presidente americano ha ordinato un raid contro alcune postazioni jihadiste in Yemen. Il risultato è stato catastrofico: un Navy seal ucciso e un velivolo Osprey distrutto (Per approfondire: Il primo caduto dell’era Trump). In Yemen gli Stati Uniti appoggiano totalmente la politica di Casa Saud. Più che i terroristi, sembrano essere nel mirino i ribelli Houti, piegati anche da una crisi di colera.

Somalia

A inizio mese la Casa Bianca ha bombardato i jihadisti di Al Shabaab. Le truppe di terra somale hanno fatto il resto, attaccando i jihadisti. L’obiettivo, come scrive il Corriere, è quello di “attaccare con forza le basi di Al Qaeda che hanno aumentato le attività”.

Iran

Dal 1979 Teheran è nel mirino di Washington. La Casa Bianca non ha mai tollerato la rivoluzione dell’ayatollah Ruhollah Khomeyni, il quale del resto vedeva negli Stati Uniti “il grande Satana”. Due realtà inconciliabili quindi. Iran e Usa hanno provato a collaborare con l’amministrazione Obama, riuscendo a stipulare un importante accordo sul nucleare. Ora però l’America, che si accoda ancora una volta agli interessi sauditi, ha messo l’Iran nel mirino. L’obiettivo, anche questa volta, è quello di un cambio di regime. Una guerra contro la Repubblica islamica significherebbe uno scontro ben più ampio che coinvolgerebbe anche i Paesi alleati degli ayatollah, Russia in testa (Per approfondire: Il piano degli Usa per un cambio di regime in Iran).