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L’imminente voto tedesco sta portando, una volta di più, alla scoperta le diverse faglie interne alla Repubblica Federale e la possibilità che esse si riflettano negli anni a venire in un Paese prossimo a restare orfano di Angela Merkel.

La Merkel e il sincretismo tedesco

La Cancelliera, figura complessa e spesso controversa, prima ancora di esercitare una chiara ed energica leadership è stata personalità centrale nella politica tedesca in quanto interprete di un vero e proprio sincretismo delle anime politiche e sociali del Paese. Cristiana evangelica, ha rilanciato negli anni l’alleanza tra la sua Cdu e il “partito gemello” bavarese, la Csu, gestendo anche crisi e tensioni con l’ex leader di Monaco e Ministro dell’Interno Horst Seehofer; primo capo di governo proveniente dall’ex Repubblica Democratica Tedesca e prima donna al potere a Berlino, ha cercato nella sua agenda politica di promuovere tentativi di riduzione del gap economico e produttivo tra le due Germanie; in nome del rilancio della centralità di Berlino nel Vecchio Continente ha promosso governi di coalizione aperti sia ai socialdemocratici (tre volte dal 2005 ad oggi) e ai liberali (2009-2013) cercando di creare un consenso nell’interesse nazionale del Paese.

Faglie politiche e sociali

Ma un compromesso non può reggersi su una sola persona. Anzi, già la tripartizione delle previsioni dei sondaggi elettorali tedeschi in vista del voto del 26 settembre tra Cdu, socialdemocratici e Verdi non è solo il riflesso di una crescente complessità della società tedesca ma anche la manifestazione di diverse visioni del mondo interne al Paese.

In forma semplificatoria, si può evidenziare che l’Unione cristiano-democratica dia il meglio di sé nella Germania meridionale e nella tradizionale roccaforte bavarese, Verdi prendano il largo nella regione del Nord Reno-Vestafalia, vero e proprio Stato nello Stato con una popolazione e un Pil paragonabile a quella olandese e tradizionale polo industriale tedesco e i socialdemocratici conoscano un’ascesa legata principalmente al recupero nei sondaggi nei Lander orientali, ove una larga fetta dell’elettorato operaio e di sinistra aveva scelto il voto di proteste di Alternative fur Deutschland. Questa tripartizione va di pari passo con una complessità interna che emerge e riporta alla luce differenze economiche, politiche, sociali, financo religiose.

La Germania, un Paese diviso

La Germania del resto è il Paese che ha sempre, nei secoli, faticato a trovare unità nella complessità. Dai tempi delle lotte tra i feudatari imperiali all’epoca del cuius regio eius religio seguito alla Riforma Protestante a fare da mediatore ci pensò il potere imperiale, per quanto da Federico II di Svevia a Carlo V d’Asburgo anche i sovrani di maggior spessore abbiano sperimentato sulla propria pelle l’animosità dei principi tedesci; la disgregazione del Sacro Romano Impero nell’era napoleonica prima e la complessa epopea della Prussia di Otto von Bismarck poi hanno segnalato quanto il particolarismo sia un tratto distintivo della politica e della società tedesca in una forma amplificata rispetto a quella del resto d’Europa. La Germania imperiale prima e il Terzo Reich poi, nelle due guerre mondiali, fecero rispettivamente della Weltpolitik e del pangermanesimo revanscista il fattore unificante per compattare le differenze interne, vedendo i rispettivi progetti naufragare con la disfatta bellica.

Solo dopo la seconda guerra mondiale nella Repubblica Federale si è cercato di creare un modello di sviluppo e un costrutto sociale tale da creare un punto di riferimento comune per l’intero Paese, mentre a Est la sindrome della “morte della patria” fu meno avvertita per la riscoperta da parte del regime socialista di diverse narrazioni legate alla storia del Paese. Il primo ventennio dopo la riunificazione ha portato a un tentativo di compenetrazione tra istanze diverse che è entrato in crisi quando la Germania, vincitrice dell’integrazione economica europea, superpotenza commerciale, nazione al centro dell’Europa, ha iniziato a sperimentare al suo interno le conseguenze della recessione continentale a cui la sua politica austeritaria ha contribuito, nella società si sono riaperte antiche faglie e la politica è diventata sempre più dipendente dal ruolo di sintesi della Cancelliera.

La faglia Monaco-Berlino

Già nel 2019 Massimo Cacciari, parlando con Limes, evidenziava l’apertura di una faglia tra Monaco e Berlino, tra la Germania cattolica e conservatrice e quella ruotante attorno alla capitale, tra l’industria tradizionale aperta alla Mitteleuropa e l’idea di una nuova Weltpolitik commerciale, tra la ripresa di un sentimento identitario e il basso profilo che la Merkel voleva continuare a mantenere. Nel contesto tedesco, notava Cacciari “abbiamo visto acuirsi questa contraddizione, questo conflitto tra le due capitali dello spirito tedesco. Vuol dire che la grande sintesi tra queste due grandi anime del «centro» tedesco, il Zentrum, non regge più” e rischia di non poter sopravvivere all’addio della Cancelliera. L’Unione, dopo il rifiuto di candidare il leader bavarese Markus Soder alla cancelleria al posto dell’anonimo Amin Laschet, rischia una dolorosa sconfitta politica a certificazione della difficoltà di rilanciare questa sintesi che incarna il compromesso geopolitico su cui si regge la Germania.

Del resto lo stesso Soder ha interpretato il crescente fastidio di Monaco verso Berlino che, sotto il profilo politico, più che verso la  Merkel è sempre stato diretto verso la volontà di perpetrare la Grande Coalizione con quei socialdemocratici il cui leader Olaf Scholz, per una strana eterogenesi dei fini, potrebbe raccoglierne l’eredità. Il fatto che a inizio pandemia a Monaco era diventato diffuso il motto secondo cui il Covid, a detta di molti leader baveresi vicini a Soder e della stampa popolare, sarebbe stato portato nello Stato Libero dai “tedeschi” dà l’idea di quanto la situazione attuale di tensione stia creando una riapertura di ferite che si ritenevano sopite da tempo.

Un modello sociale da ricostruire

La crisi del compromesso Berlino-Monaco segnala una tensione all’interno del mondo politico ed economico tedesco anche, se non soprattutto, rispetto alle prospettive del Paese dopo anni in cui l’obiettivo strategico è stato il potenziamento della capacità esportatrice dell’industria. Un modello perseguito anche e soprattutto attraverso lo sdoganamento delle riforme deflative interne (primo fra tutti il pacchetto Hartz) che ha prodotto un aumento di utili e fatturati ma, come contropartita, generato un aumento delle disuguaglianze, una crescita della povertà e una riduzione del potere d’acquisto dei cittadini che hanno ridotto la possibilità di divenire i primi acquirenti dell’industria di cui erano dipendenti. Il Covid, che ha spinto il governo della Cancelliera a tornare in campo nell’economia, ha di fatto segnalato la necessità di un nuovo patto sociale, reso manifesto anche dalla crescita della faglia tra centro e periferia all’interno degli stessi Lander più prosperi.

La recente catastrofe ambientale legata alle inondazioni di luglio che hanno colpito la Vestfalia ha segnalato, in tal senso, un’asimmetria nella percezione di problematiche concrete e dinamiche di piena attualità tra parti del Paese un tempo in maggior comunicazione tra loro. Le città borghesi, progressiste e liberal della Germania votano i Verdi sulla scia di un legittimo sentimento ambientalista; la provincia subisce i danni della mala progettazione dei piani di governo del territorio, del degrado ambientale e delle questioni ad esse collegate segnalando uno scarto con la percezione dell’elettorato urbano.

La questione orientale

In quest’ottica, appare perfino annacquata la centrale questione del dualismo Est-Ovest. Problematica talmente strutturale da aver attratto la grande attenzione dei decisori politici negli scorsi anni e aver ottenuto centralità nel dibattito pubblico dopo la corsa dell’Afd nei Lander dell’ex Ddr. Faglia che i governi tedeschi hanno provato a colmare puntando a ridurre i gap produttivi e in materia di investimenti, spesso dimenticando la diversa matrice culturale legata a mezzo secolo di diversi destini ai tempi della Guerra Fredda. E, come ha ricordato Vladimiro Giacché in Anschluss, forzando un’accelerata integrazione dell’Est nelle dinamiche di mercato occidentali, che ha prodotto in una prima fase un declino produttivo e demografico prima che la china iniziasse a invertirsi solo quando il motore economico occidentale ha frenato.

L’ascesa di Afd e del voto di protesta a Est ha posto il problema della disuguaglianze in primo piano: i tedeschi dell’Est, nota L’Espresso, presentano “un’aspettativa di vita più bassa, redditi inferiori, un alto livello di giovani che abbandonano la scuola senza diploma, assistenze locali poco sviluppate e così via”, e percepiscono come “dominatore” l’Ovest: “n’inchiesta della radio pubblica Mdr (Mitteldeutscher Rundfunk) dal 2021 ha rivelato che tutti i 29 segretari di stato nei Länder della Germania dell’Est provengono dall’Ovest. Dei 108 rettori universitari nei nuovi Länder soltanto due vengono dall’Est e sono solo due su 183 i membri dei comitati direttivi delle 30 ditte quotate nell’indice Dax”.

Un Paese diviso si avvia dunque a scegliere il successore della donna che per tanti anni ha incarnato pregi e limiti dell’ethos tedesco, fatto da punto di sintesi di un Paese complesso, cercato di dare equilibrio a un sistema che disuguaglianze economiche e pandemia hanno messo sotto pressione. La Germania dopo il voto potrebbe essere tanto egemone in Europa quanto vulnerabile sul fronte interno, ripropoponendo per l’ennesima volta una storia eterogenea e complessa fatta di grandi e piccole frammentazioni.

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