Dai rapporti d’affari piuttosto torbidi con l’Ucraina e la Cina alla tormentata vita coniugale fino agli eccessi da rockstar: Hunter Biden, secondogenito del Presidente degli Stati Uniti Joe Biden, riesce sempre a far parlare di sé, e spesso e volentieri non in positivo, soprattutto per l’immagine del capo Casa Bianca. L’avvocato e lobbista, membro del consiglio di amministrazione della società ucraina Burisma Holdings dal 2014 al 2019 e già vicepresidente National Railroad Passenger Corporation, ora ha intrapreso una carriera da pittore che molto probabilmente gli frutterà un sacco di soldi, condite dalle solite polemiche. Come riporta il New York Post, i critici d’arte stanno infatti esprimendo non poche preoccupazioni mentre il figlio del Presidente Usa si prepara per la sua prima mostra d’arte personale quest’autunno, nella quale le sue opere verrano vendute tra i 75.000 e i 500.000 dollari, con acquirenti che – per scelta della Casa Bianca – rimarranno anonimi.

Hunter Biden si riscopre pittore ma l’accordo con la Casa Bianca fa discutere

Una scelta che, tuttavia, sta scatenando una serie di polemiche attorno alla reale valutazione delle opere di Hunter Biden e che sta sollevando una non poche criticità e perplessità dal punto di vista etico. In base all’accordo, un proprietario di una galleria d’arte privata fisserà i prezzi per il suo lavoro e gestirà tutte le offerte e le vendite, ma non condividerà alcuna informazione sugli acquirenti o potenziali acquirenti con Hunter o chiunque altro nell’amministrazione. L’accordo è stato riportato per la prima volta dal Washington Post. Il portavoce della Casa Bianca Andrew Bates ha dichiarato in una nota: “Il Presidente ha stabilito i più alti standard etici di qualsiasi amministrazione nella storia americana e l’impegno della sua famiglia in processi rigorosi come questo è un ottimo esempio”. Il figlio 51enne del presidente Biden sta dando gli ultimi ritocchi ai 15 dipinti che costituiranno la sua prima mostra personale, la cui apertura è prevista per ottobre alla Georges Berges’ Gallery di Soho, con una visita privata per i collezionisti Vip a Los Angeles a settembre. Dubbi anche sui prezzi spropositati delle sue opere: secondo Jeffry Cudlin, professore d’arte al Maryland Institute College of Art, i dipinti di Hunter Biden non dovrebbero costare più di 3.000 dollari. Walter Shaub, già direttore dell’Office of Government Ethics dal 2013 al 2017, ha scritto in un lungo thread su Twitter che il processo per la vendita delle opere d’arte di Hunter Biden è “molto deludente”.

La prova nel laptop che smentisce Joe Biden

Il Presidente Usa Joe Biden ha sempre ribadito di non aver mai avuto a che fare con gli affari del figlio Hunter. Come riportato il mese scorso dal Daily Mail, tuttavia, che ha potuto visionare alcune fotografie contenute nel laptop appartenente al figlio del Presidente e abbandonato in un negozio del Delaware, Joe Biden – al tempo vicepresidente – avrebbe intrattenuto i soci in affari di suoi figlio nel suo ufficio di allora, tra i quali i miliardari messicani Carlos Slim e Miguel Alemán Velasco. L’allora vicepresidente ha anche ospitato Hunter e il suo partner d’affari Jeff Cooper sull’Air Force 2 a Città del Messico nel 2016, dove Hunter ha organizzato un incontro con il figlio di Alemán per discutere di un “gigantesco affare”. Alla luce di queste rivelazioni, le domande – alle quali l’amministrazione Biden continua a non rispondere – sono più che lecite: Joe Biden era a conoscenza degli affari del figlio? Se sì, ha abusato del suo ruolo di vicepresidente per aiutare il figlio?

Le foto – pubblicate dal Daily Mail – sono datate 19 novembre 2015, e mostrano i sei uomini sorridere durante una riunione nella residenza di Joe Biden a Washington. Le e-mail mostrano inoltre che gli uomini hanno incontrato l’allora vicepresidente alla Casa Bianca. Tutto ebbe inizio quando l’amico di famiglia dei Biden, Jeff Cooper, mise a punto un piano nel 2013 per investire in più attività in Messico e in America Latina, sfruttando la loro relazione con la potente famiglia miliardaria messicana degli Alemán. E non finisce qui perché, come riportato da InsideOver, Joe Biden avrebbe inoltre incontrato i soci d’affari ucraini, russi e kazaki di suo figlio a una cena a Washington, Dc, mentre era vicepresidente. La conferma arriva dal solito laptop abbandonato, ora in possesso dell’Fbi. La cena, tenutasi il 16 aprile 2015, si è svolta nella “Garden Room” privata del Café Milano, Georgetown, dove si riuniscono gli uomini più potenti del mondo. Il giorno successivo, Hunter ha ricevuto un’e-mail da Vadym Pozharskyi, un dirigente della compagnia energetica ucraina Burisma, per ringraziarlo di averlo presentato a suo padre. “Caro Hunter, grazie per avermi invitato a Washington e avermi dato l’opportunità di incontrare tuo padre e di aver trascorso  un po’ di tempo insieme”, scrive Pozharskyi il 17 aprile 2015. Hunter Biden è attualmente indagato per i suoi “affari fiscali” dai pubblici ministeri federali del Delaware.

Affari con il partito comunista cinese

Fra i Paesi con cui il lobbista e avvocato figlio del Presidente Usa ha fatto affari c’è sicuramente la Cina. Come già riportato da IlGiornale.it, alcuni sms pubblicati in esclusiva da Fox News nei mesi scorsi sembrano far supporre che l’ex vicepresidente incontrò, nel maggio 2017, gli emissari di una società energetica cinese, nonostante Joe Biden avesse smentito questa ricostruzione. Fox News ha ottenuto gli sms da Tony Bobulinski, un tenente in pensione della Marina degli Stati Uniti, nonché ex Ceo di SinoHawk Holdings ed ex socio in affari di Hunter. “Fammi sapere se faremo cena presto con tuo zio e tuo padre e dove, anche per la traduzione dei documenti?” Bobulinski scrive ad Hunter il 2 maggio 2017. “Papà non sarà qui prima delle 11” risponde l’interessato. Ma c’è un altra mail scottante, inviata a Tony Bobulinski da un alto funzionario cinese il 26 luglio 2017 mostra che la compagnia energetica cinese Cefc propone un prestito “senza interessi” di 5 milioni di dollari alla famiglia del Presidente Usa “sulla base della loro fiducia”. Tony Bobulinski è peraltro il destinatario di una email pubblicata da New York Post, nella quale sembrerebbero indicati i dettagli di una transazione d’affari tra un’azienda cinese e membri della famiglia Biden. “Ho sentito Joe Biden dire che non ha mai discusso di affari con Hunter. Questo è falso” spiega Tony Bobulinski, citato da RealClearPolitics. “Ne ho una conoscenza diretta perché ho trattato direttamente con la famiglia Biden, incluso Joe Biden”. 

Nel cda di Burisma

Ma ciò che forse ha fatto più discutere è forse il controverso ruolo di Hunter Biden nel consiglio d’amministrazione di Burisma Holdings dal 2014 al 2019 a 83 mila dollari al mese. Come già riportato da InsideOver, secondo alcune testimonianze divulgate dalla commissione per la sicurezza nazionale del Senato e riportate dal giornalista investigativo John Solomon su Just the News, Hunter Biden, insieme ai rappresentanti della società ucraina Burisma Holdings, si erano assicurati almeno sei incontri di alto livello con alti funzionari dell’amministrazione Obama. Accadde poco prima che l’allora vicepresidente Joe Biden costringesse il procuratore ucraino che indagava sull’azienda produttrice di petrolio e gas, operante sul mercato ucraino dal 2002, a dimettersi.

Nel maggio del 2016, Joe Biden in qualità di uomo di punta designato da Barack Obama per l’Ucraina, volò a Kiev per informare Poroshenko che la garanzia di un prestito ammontante a ben un miliardo di dollari americani era stata approvata per permettere a Kiev di fronteggiare i debiti. Era a tutti gli effetti un aiuto “condizionato”, Do ut des: se Poroshenko non avesse licenziato il procuratore capo nello stretto giro di sei ore, Biden sarebbe tornato negli Usa e l’Ucraina non avrebbe più avuto alcuna garanzia di prestito. Argomentazione piuttosto convincente, che costrinse Kiev ad accontentare l’allora vicepresidente con delega alla politica nell’ex Paese sovietico. Come se non bastasse, fu lo stesso Biden a vantarsi di aver minacciato nel marzo 2016 l’allora presidente ucraino Poroshenko di ritirare un miliardo di dollari in prestiti se quest’ultimo non avesse licenziato il procuratore generale Viktor Shokin che stava indagando proprio su suo figlio Hunter. Curiosa coincidenza, no?

Sogni di diventare fotoreporter?
SCOPRI L'ACADEMY