Boris Johnson ha spiazzato le cancellerie di Bruxelles con la sua proposta del 20 agosto per rilanciare le trattative sulla Brexit, basata su un accordo che escluda sine die l’applicazione delle clausole per la prevenzione ripristino delle barriere al confine irlandese (il backstop) in cambio di un accordo vincolante tra le parti per la ricerca di soluzioni alternative.

Il punto cruciale della questione, dunque, è sempre il dibattito sul futuro dell’Irlanda. Il backstop, spiega Repubblica, “stabilisce che, se entro una fase di transizione fino al 31 dicembre 2020 non sarà stata trovata una soluzione tecnologica d’altro genere in grado di mantenere aperto il confine fra Irlanda del Nord e Irlanda, l’intero Regno Unito resterà membro dell’unione doganale europea, e l’Irlanda del Nord per certi aspetti anche del mercato comune, fintanto che appunto non sarà stata escogitata una soluzione simile. In teoria, anche per sempre”.

Alla vigilia del suo primo tour europeo che lo porterà al G7 francese, Johnson ha espresso le sue proposte in una lettera inviata al Presidente del Consiglio Europeo, il polacco Donald Tusk, rimasto l’unico esponente istituzionale di Bruxelles dotato di legittimità di lungo periodo, dato che l’attuale leadership della Commissione e della Banca Centrale Europea saranno rinnovate a novembre con l’ascesa di Christine Lagarde e Ursula von der Leyen.

Nella missiva Johnson appare desideroso di raggiungere un accordo con Bruxelles e dialogante. Argomenta che il backstop rischierebbe di “indebolire il delicato equilibrio raggiunto con gli accordi di pace del Venerdì Santo” ed è considerato “antidemocratico e in contrasto con la sovranità” del Regno Unito”. La scelta dei tempi non è casuale: Johnson sa che la Brexit che desidera portare a termine si perfezionerà entro il 31 ottobre, data entro cui le nuove istituzioni europee non saranno ancora entrate a pieno regime, e che nel frattempo il solo Tusk rimarrà l’interlocutore pressoché esclusivo, mentre al tempo stesso aver scritto all’ex premier polacco alla vigilia dei suoi incontri con Angela Merkel, Emmanuel Macron e, al G7, Donald Trump porterà il tema backstop nell’agenda dei dialoghi bilaterali che affronterà.

La risposta di Tusk non si è fatta attendere. “Diamo il benvenuto all’impegno manifestato dal governo britannico per raggiungere un’intesa sulla Brexit”, afferma Tusk nel messaggio a Johnson. “Crediamo con fermezza che ciò sia nell’interesse del Regno Unito e della Ue. Tuttavia, dobbiamo notare che la lettera del primo ministro non contiene una soluzione legale operativa per prevenire il ritorno di un confine sull’isola d’Irlanda”. Una risposta velatamente negativa, una preferenza per lo status quo che rimanda la palla nel campo britannico ma certifica come, dopo quasi tre anni di trattative, anche Bruxelles abbia il fiato corto. Nella lettera a Tusk, Johnson ha scritto, come riporta Politico, “che il Regno Unito può legiferare per assicurare che nessuna infrastruttura al confine irlandese venga mai costruita e richiesto all’Unione Europea di far lo stesso”: in un certo senso, il premier polacco ha con le sue dichiarazioni toccato l’argomento, fino a poco tempo fa tabù, di una revisione dei termini di separazione del Regno Unito dall’Unione Europea. Essendo il Consiglio Europeo punto di riferimento della politica degli Stati membri del continente, Tusk sente fortemente la pressioni di quei Paesi, come la Germania, che per ragioni politiche ed economiche sarebbero fortemente penalizzati da un no deal.

L’apertura che traspare dalle parole di Tusk è un invito a Johnson a formulare proposte reali e concrete che sappiano prevenire il rischio di una Brexit senza accordo. L’intransigenza comunitaria viene meno e c’è da pensare che quella di Johnson non sia stata solo una scommessa: la macchina delle trattative potrebbe presto riaprirsi, anche se da qua fino al 31 ottobre il sentiero è decisamente stretto.

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