C’era un volta un Paese lontano governato da persone eccentriche. Un Paese che galleggia su immense riserve di gas naturale, un luogo di sabbie circondato da deserti. Un Paese dell’Asia Centrale i cui presidenti un giorno cambiavano nome ai mesi e il successivo proibivano l’opera lirica. Ecco, se questa fosse una favola per bambini probabilmente inizierebbe così. Ma questa, per quanto strana, è una storia tristemente vera. È la storia del Turkmenistan e dei suoi bizzarri presidenti. Personaggi che hanno elevato l’autocrazia a forma d’arte, il dispotismo a vette da operetta. Prima è venuto Saparmyrat Atayevich Nyýazow detto il Turkmenbashi, il padre di tutti i turkmeni, morto di infarto nel dicembre 2006; adesso siamo nell’era di Gurbanguly Berdimuhamedow, dentista divenuto statista. Dittatori senza scrupoli e opposizione governano il Turkmenistan dalla sua nascita, il 25 ottobre 1991 , politici che hanno piegato la vita quotidiana della repubblica ex-sovietica e dei suoi 5 milioni di abitanti ai propri voleri e alle proprie bizzarrie divenute legge.

L’ultima assurdità è di qualche giorno fa: il governo di Asghabat avrebbe proibito la circolazione di tutte le vetture di colore nero. Una decisione che ricorda, al contrario, la celebre frase di Henry Ford: «Ogni cliente può ottenere un’auto colorata di qualunque colore desideri, purché sia nero». Già nel 2015, racconta la Bbc, gli ufficiali delle dogane avevano vietato l’importazione di tutte le autovetture nere. Giusto in quei mesi il presidente Berdimuhamedow aveva preso a girare con un corteo di limousine bianche. In questi giorni il bando è stato esteso anche alle auto di vecchia immatricolazione, che dovranno essere tinteggiate di bianco o d’argento. Altrimenti si viene fermati dalla polizia e multati, con l’obbligo di cambiare colore alla propria vettura entro una settimana.

Del resto il bianco è il colore preferito del nuovo Presidente anche se è in carica da oltre dieci anni viene ancora chiamato così secondo il quale porterebbe fortuna. Da quando è in sella infatti ha cambiato il volto della capitale facendola diventare una città bianca, ricoperta di marmo. Ben 48 milioni di metri quadrati di marmo bianco che ricoprono 543 palazzi, talmente tanti da guadagnare alla capitale un posto nel Guinnes dei primati: la città con più edifici di marmo del mondo. Ma il nuovo Presidente deve avere una idiosincrasia per l’architettura. Nel 2014 aveva imposto ai cittadini della capitale di rimuovere tutti i condizionatori posti all’esterno delle case, perché compromettevano il decoro urbano. In una regione desertica dove l’estate la temperatura è intorno ai 40 gradi.

Sul culto della personalità, entrambi i presidenti sono onnipresenti per le strade del Paese. Il nuovo Presidente ha riempito i luoghi pubblici di suoi ritratti in cui sorride enigmatico, neanche fosse la Gioconda. Anche se non ha resistito alla tentazione di farsi costruire una grande statua di marmo bianco con lui a cavallo, il suo animale preferito. Talmente preferito che ora il Turkmenistan ha anche un Ministero dei cavalli, incaricato di promuovere la razza nazionale, Akhal-Teke, e costruire ippodromi in giro nel Paese.

Ma se Berdimuhamedow è particolare, Nyýazow lo era molto di più. Segretario del partito comunista sovietico dal 1985, ha ereditato dall’epoca dell’Urss il culto della personalità, portandolo però aldilà di ogni limite. Nella capitale ha fatto costruire un arco alto 22 metri, l’arco della Neutralità, il modo in cui ha diplomaticamente definito la politica isolazionista del suo Paese, che contende alla Corea del Nord la palma di più inaccessibile del pianeta. L’arco è sormontato da una sua statua alta 12 metri placcata d’oro che ogni giorno girava di 360 grandi inseguendo il sole, in modo che la sua faccia fosse sempre illuminata. Oggi il meccanismo è rotto. Ma ai tempi circolava una battuta secondo cui era il sole a girare seguendo la statua. Possibile, anche perché nulla è impossibile per l’imperituro autore del Ruhnama, il libro dell’anima in cui Nyýazow riscrisse la storia delle sue genti, facendo risalire le radici del popolo turkmeno direttamente a Noè. Tradotto in 40 lingue il Ruhnama non è solo un libro di storia: è una guida spirituale, un’introduzione alla vita, un breviario di poesie e aforismi per qualunque situazione. La sua lettura venne resa obbligatoria per tutti i giovani turkmeni, dalle elementari all’università; fin quando non sostituì i libri di testo, divenendo materia di discussione nei colloqui per l’assunzione nei ranghi dello Stato e diventando obbligatorio come parte dell’esame di guida. Il Ruhnama era considerato talmente importante che Nyýazow fece costruire una grande statua meccanica a forma di libro: ogni sera alle 20 si apriva mostrando un video in cui venivano letti passi sempre diversi.

Ma riscrivere la storia per Nyýazow era cosa da nulla. Nel 2002 decise di cambiare i nomi dei giorni della settimana e dei mesi. Il primo mese dell’anno passò a chiamarsi come lui, Turkmenbashi. Febbraio divenne Baydak, in ricordo del giorno della bandiera, che guarda caso si celebrava il giorno del suo compleanno, il 19 febbraio. Aprile divenne Gurbansoltan, dal nome di sua madre morta nel 1948. Settembre, Ruhnama perché in quel mese venne pubblicata per la prima volta la sua opera capitale. I giorni della settimana divennero semplicemente primo, secondo e terzo, anche se il giovedì venne ribattezzato giorno della giustizia e il venerdì Anna. Dove la giustizia, ovvio, è espressa dal suo pensiero. Pensiero che si è via, via declinato nel divieto per gli uomini di portare i capelli lunghi e la barba. Mentre alle donne della tv di Stato è stato vietato di truccarsi. Negli anni vietò anche l’opera lirica e il circo, perché distrazioni non necessarie. Bandì il cinema, perché considerato poco turkmeno. Dopo qualche anno il balletto gli venne in odio e proibì anche quello. Oggi il suo successore ha tolto il bando. Nyýazow bandì persino i cani, allontanati dalla capitale perché il Presidente non ne sopportava l’odore. Del resto uno degli aforismi tratti dal Ruhnama recita: «Il tempo è una mazza, colpisci o sarai colpito». Turkmenbashi l’ha messo in pratica e ha colpito, sempre.

Articolo di Osvaldo Spadaro