Gli ottomani hanno fatto (nuovamente) ingresso nel continente nero, dove hanno costruito e/o stanno costruendo avamposti dai porti arabi contermini al Mediterraneo al Sahel e dalle terre insanguinate del corno d’Africa al Capo di Buona Speranza, e ivi sono giunti con un obiettivo preciso: restare e, possibilmente, prosperare ed espandersi a spese altrui, o meglio a spese di potenze logore, sfibrate e senili come Italia e Portogallo.

Relativamente poche le nazioni dell’Africa subsahariana che non sono state interessate dal nuovo pivot geostrategico dell’agenda estera della presidenza Erdogan, che, studiata meticolosamente e implementata con altrettanta cura, ha permesso alla Turchia di rivaleggiare alla pari con l’Italia tra Libia e Somalia, di fare ingresso in quell’area ad accesso limitato nota come Françafrique, di sbarcare nell’estremo capo meridionale del continente e di allargarsi nello spazio ex coloniale portoghese.

I turchi in Angola

L’Angola riveste un ruolo centrale all’interno della Politica di iniziativa africana della Turchia, che, lanciata nel 1998, con lo scorrere del tempo ha condotto allo stabilimento di consigli per gli affari con 45 Paesi africani su 54, ad aprire ambasciate in 42 e a siglare accordi di cooperazione bilaterale con più di 35. Non deve sorprendere, dunque, che qui Ankara abbia formato un consiglio per gli affari nel 2011, il Turkey-Angola Business Council, inaugurato un’ambasciata nel 2010 e introdotto una Commissione economica congiunta nel 2017, sullo sfondo di un aumento consistente dei contatti diplomatici e delle bilaterali di alto livello tra i rispettivi esponenti di governo.

Gli instrumenta regni impiegati dalla Turchia vengono cesellati a seconda di luogo e circostanza, magari prediligendo la militarizzazione dello strumento umanitario all’esportazione dell’islam anatolico in un contesto a maggioranza cristiana, e l’Angola ne è la prova corroborante. Qui, difatti, Ankara ha ottenuto degli spazi di manovra consistenti senza bisogno di costruire moschee e/o centri culturali, ma facendo principalmente leva su:

  • Commercio; il volume dell’interscambio bilaterale va aumentando su base annua. Il valore dei beni reciprocamente scambiati è aumentato da 188 milioni di dollari (2017) a 212 milioni (2019), sebbene fonti turche ritengano che suddette cifre andrebbero riviste al rialzo perché una parte del commercio con l’Angola avviene a mezzo di nazioni terze ed intermediarie.
  • Cooperazione umanitaria; l’influente TIKA (Turkish Cooperation and Coordination Agency) è ivi presente in innumerevoli settori, dallo sviluppo all’archeologia, e i grandi privati turchi, come il Gruppo Onsan, sono impegnati nella realizzazione di rilevanti progetti di edilizia. Attualmente, gli operai dell’Onsan stanno ultimando la costruzione di un maxi-complesso sociale per 10mila persone (valore 520 milioni di dollari) ed un mastodontico residence per le forze armate angolane (valore 2 miliardi e 800 milioni di dollari) concepito per fare da tetto ad almeno 40mila soldati.
  • Diplomazia universitaria; nel lontano 1992 ha avuto inizio l’erogazione di borse di studio destinate a studenti angolani.

I turchi in Mozambico

Il Mozambico, allo stesso modo dell’Angola, si configura come un luogo di rilevanza nodale nell’ambito della Politica di iniziativa africana della Turchia. Il momento di svolta è stato rappresentato dall’apertura dell’ambasciata turca a Maputo, il 15 marzo 2011, che ha dato il via ad un decennio di profittevole collaborazione.

L’evento più elevato del decennio in considerazione è stato sicuramente lo sbarco di Recep Tayyip Erdogan a Maputo, avvenuto il 23 gennaio 2017. Una visita dalla valenza storica, perché nessun presidente turco era mai stato nel Paese africano, organizzata in simultanea con un imponente forum per gli affari – partecipato da 150 imprenditori turchi e da 650 mozambicani –, e conclusasi con la firma di sei accordi di cooperazione bilaterale.

Le cifre relative al coinvolgimento turco in commercio e investimenti fungono da complemento ideale e necessario al fine della comprensione del quadro generale: quasi duecento milioni di dollari ivi investiti da Ankara nell’ultimo decennio e volume dei traffici commerciali in espansione costante (115 milioni di dollari nel 2016, divenuti 153 milioni nel 2019). Anche qui, infine, la Turchia ha iniziato ad erogare borse di studio dal lontano 1992.

Più di recente, per via dell’aumento delle attività dell’internazionale jihadista in Mozambico, la Turchia ha offerto la propria disponibilità in materia di lotta al terrorismo e alluso molto sottilmente alla possibilità di giocare un ruolo all’interno della comunità musulmana della nazione.

La parte restante dell’Africa lusofona

La presenza della Turchia nella parte restante dello spazio ex coloniale portoghese è meno radicata, ma questo non significa che non vi sia un interesse a superare la situazione. La diplomazia anatolica, ad esempio, è impegnata nella formulazione di un piano d’azione per Capo Verde, con il quale l’interscambio è fermo a meno di dieci milioni di dollari (2019) e dove mancano un’ambasciata e contatti di alto livello, e sta palesando ambizioni espansioniste sulla Guinea Bissau – ove è presente per tramite della Tika, ha siglato un accordo di cooperazione in tema di sicurezza nel 2014, ha inviato aiuti umanitari durante la pandemia e lo scorso settembre, nel corso di una visita di Mevlut Cavusoglu, ha concordato i termini per il prossimo sbarco nel Paese dell’influente Fondazione Maarif.

Altrettanto rilevante è l’attenzione che la Sublime Porta sta dedicando alla piccola Guinea Equatoriale, che sta venendo attratta nell’orbita turca a mezzo di diplomazia universitaria (borse di studio), commercio (quasi 24 milioni di dollari di import-export nel 2019), cooperazione allo sviluppo e corteggiamento sotto forma di organizzazione di grandi eventi. In quest’ultima ottica vanno letti l’allestimento a Malabo del vertice del Turkey-Africa Partnership Summit del 2014 e i frequenti inviti al presidente guineano a visitare la Turchia (tre fra il 2018 e il 2020).