Il momento delle scelte è arrivato. La Turchia, giocando anche sulla sua posizione geografica, ha oscillato per anni tra Occidente e Oriente, tenendo un piede in due scarpe senza mai subire effetti geopolitici collaterali. Dall’avvento di Recep Tayyp Erdogan il meccanismo che sembrava perfetto si è inceppato; in parte per le ambizioni nazionaliste del Presidente, ininterrottamente al potere dal 2002 con il suo Partito giustizia e Sviluppo (Akp), in parte per l’eccessivo pragmatismo utilizzato dal Sultano in politica estera. La linea politica di Erdogan ha un solo obiettivo: far tornare la Turchia una grande potenza. Per raggiungerlo, il leader turco ha dimostrato di essere pronto a tutto: dai repentini cambi di alleanze al puntare sulla politicizzazione dell’islam, dal tirare la corda con l’Unione Europa all’inasprimento della repressione interna al Paese. In poche parole, il pragmatismo internazionale è la conseguenza del sogno del Make Turkey Great Again; ma ormai il governo si è spinto oltre ogni livello di guardia e il popolo, come dimostrato dalle ultime elezioni amministrative, inizia a stancarsi della narrazione di Erdogan.
La strategia del Sultano
La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la polemica tra Ankara e Washington in campo militare. La Turchia ha un ordine con gli Stati Uniti di 30 caccia F-35 e, in futuro, prevede di acquistarne altri 85; al momento le sono stati consegnati i primi due, attualmente in Arizona in fase di addestramento. Il problema è che parallelamente Erdogan ha fatto affari anche la Russia, acerrima rivale americana: da Mosca la Turchia riceverà presto le batterie antimissilistiche S-400. I due armamenti, secondo gli Stati Uniti, sono incompatibili perché i russi potrebbero utilizzare gli S-400 per carpire preziose informazioni sensibili sui blindatissimi F-35. Insomma, la Casa Bianca è stata chiara: o noi, o loro. Erdogan ha insistito sul fatto di aver già acquistato le unità di contraerea, provocando la rottura dell’accordo con gli statunitensi, non più disposti a cedere i propri caccia.
Ankara guarda a est
Al di là come terminerà la contesa, è stato un insieme di atteggiamenti come questo che ha allontanato sempre di più la Turchia dai suoi partner occidentali; l’Unione Europa è stanca di ricevere minacce da Ankara in materia di immigrazione mentre gli Stati Uniti hanno perso la pazienza. In soccorso a Erdogan ecco arrivare la Russia di Putin e l’Iran di Rohuani, a conferma di come il baricentro turco si sia ormai spostato quasi del tutto verso est. Resta un interrogativo: alla Turchia conviene davvero spingersi a Oriente? Va bene usare il pragmatismo, ma Erdogan deve comunque fare i conti con la realtà. Ankara è una pedina fondamentale della Nato per il mantenimento degli equilibri nel Mediterraneo e nell’area medio orientale, ma anche per contenere la stessa Russia. Se la Turchia voltasse le spalle all’Occidente, anche Stati Uniti e Nato farebbero altrettanto, lasciando il Paese solo in un’area piuttosto instabile.
Gonfiare i muscoli
Il Sultano sa benissimo che Ankara non potrà mai competere in campo internazionale con giganti quali Cina e Stati Uniti. Nonostante questo vuole che il Paese diventi una potenza regionale, per poi gonfiare i muscoli (con tanti steroidi) in campo globale. In quel caso la Turchia darebbe l’impressione di essere tornata importante come ai tempi dell’Impero ottomano, pur restando il solito gigante dai piedi di argilla. Intanto Erdogan prosegue con il suo pragmatismo.