Un anno fa i jet dei militari golpisti tagliavano il cielo di Ankara e i blindati occupavano le strade di Istanbul. I governi di tutto il mondo osservavano con il fiato sospeso quanto stava accadendo quella notte in Turchia. Una notte in cui in migliaia risposero all’appello del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, che collegato da Marmaris via cellulare con la Cnn Turk, incitava i turchi a resistere al tentativo di colpo di Stato. In centinaia si gettarono sotto i carri armati per fermare i golpisti che dinanzi all’inaspettata resistenza popolare si arresero all’alba, dopo ore di combattimenti con la polizia e i militari lealisti. Combattimenti in cui morirono 249 persone e in cui oltre 2mila cittadini rimasero feriti. 

Un anno fa la Turchia iniziava a cambiare faccia. Tornato ad Ankara, infatti, Erdogan ha puntato il dito contro l’ex alleato Fethullah Gulen. Sarebbe stato questo predicatore islamico esiliato negli Stati Uniti, infatti, secondo il presidente turco, ad organizzare il tentativo di colpo di Stato dal suo quartier generale in Pennsylvania. Nel Paese viene proclamato lo Stato di emergenza e si scatenano le purghe contro di migliaia di presunti affiliati all’organizzazione di Gulen, il quale da parte sua, si è sempre dichiarato innocenti. Gli arresti sono oltre 50mila e 100mila i licenziamenti in tutti i settori della società. Epurazioni che non si fermano neppure a distanza di un anno da quella notte. Ieri, infatti, sono scattate le nuove “purghe” con oltre 7500 persone, tra funzionari pubblici, poliziotti, accademici e giornalisti, sollevate dai rispettivi incarichi.

Oggi il popolo turco si riunisce ad Ankara e ad Istanbul per commemorare i martiri del 15 luglio. Ma, dopo che ad aprile, sull’onda del fallito golpe, milioni di turchi hanno votato sì al referendum per restringere i poteri del Parlamento e ampliare quelli del presidente turco, la Turchia si presenta come un Paese con tendenze autoritarie e con una società sempre più polarizzata Nel pomeriggio una marcia partirà dalla parte asiatica di Istanbul. I manifestanti si dirigeranno verso il ponte sul Bosforo che da oggi sarà intitolato alle vittime di quella notte. Qui Erdogan incontrerà i familiari di chi non c’è più e inaugurerà un monumento dedicato ai martiri. Alle 2.32, ora in cui il Parlamento fu colpito da una bomba sganciata da un jet, il presidente parteciperà ad una seconda cerimonia organizzata ad Ankara. “Questo legame tra il popolo e il suo governo è il punto più alto della resilienza della nostra democrazia e la garanzia più forte della sua sopravvivenza”, ha scritto il presidente turco Erdogan in un editoriale redatto per il quotidiano britannico Guardian. La settimana scorsa però, milioni di cittadini turchi hanno marciato contro il governo da Ankara ad Istanbul per chiedere la fine dello stato di emergenza e domandare giustizia per le vittime della repressione governativa. Adalet, “giustizia”, è stato, infatti, lo slogan della manifestazione organizzata dal partito di opposizione laica Chp. “La polarizzazione all’interno della società è diventata più forte che mai e questo crea preoccupazione per la pace interna”, ha spiegato in un’intervista all’Adnkronos Huseyin Bagci, docente di Relazioni Internazionali all’Università Metu di Ankara, “non mi aspetto che questa tensione politica scenda, al contrario sta crescendo ogni giorno che passa”. 

Ad un anno dal golpe fallito la Turchia è sempre più lontana dall’Europa. “Oggi, i leader occidentali devono scegliere tra mostrare solidarietà ai terroristi o recuperare il favore del popolo turco”, ha scritto Erdogan sul Guardian, mentre continuano le tensioni con la Germania. Nei giorni scorsi, infatti, Berlino ha vietato ad alcuni ministri turchi di tenere dei comizi nel Paese per l’anniversario del tentato colpo di Stato e per tutta risposta oggi Ankara ha fatto sapere che la base Nato di Konya sarà inaccessibile per i parlamentari tedeschi. “Il mantenimento dello stato di emergenza” e “le decisioni politiche interne da parte della presidenza”, secondo Huseyin Bagci saranno in futuro “le cause principali della polarizzazione dei rapporti con l’Ue”. Le misure illiberali messe in atto da Erdogan hanno incrinato sempre più, infatti, i rapporti tra Turchia e Vecchio Continente. Una frattura, quella tra Ankara e l’Europa, che nei mesi scorsi si è fatta sempre più marcata, dalla crisi diplomatica con il governo olandese scoppiata a marzo al ritiro, nel mese di giugno, del contingente militare tedesco dalla base Nato turca di Incirlik. La promessa di reintrodurre la pena di morte, inoltre, potrebbe mettere la parola fine ai negoziati di adesione all’Ue iniziati nel 2005. “La Turchia oggi è ancora forte in termini di condizioni geopolitiche e geoeconomiche”, assicura l’esperto sentito dall’Adnkronos, “ma certamente, in termini generali, è un Paese che rispetto a un anno fa non è più forte”. Insomma, “la notte più buia della Turchia”, come l’ha definita il presidente Erdogan, è riuscita a cambiare volto al Paese, lasciando dietro di sé una nazione sempre più divisa.

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