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Gli ottomani hanno fatto (nuovamente) ingresso nel continente nero, dove hanno costruito e/o stanno costruendo avamposti dai porti arabi contermini al Mediterraneo al Sahel e dalle terre insanguinate del corno d’Africa al Capo di Buona Speranza, e ivi sono giunti con un obiettivo preciso: restare e, possibilmente, prosperare ed espandersi a spese altrui, o meglio a spese di potenze logore, sfibrate e senili come Italia e Portogallo.

Relativamente poche le nazioni dell’Africa subsahariana che non sono state interessate dal nuovo pivot geostrategico dell’agenda estera della presidenza Erdogan, che, studiata meticolosamente e implementata con altrettanta cura, ha permesso alla Turchia di allargarsi nello spazio ex coloniale portoghese, di subentrare all’Italia nel corno d’Africa, di entrare in quell’area ad accesso limitato nota come Françafriquedi sbarcare nell’estremità meridionale del continente, piantando la mezzaluna e stella a Capo di Buona Speranza.

La Turchia in Africa meridionale

Insieme a Sahel e Corno d’Africa, l’estremità meridionale del continente nero si configura come un teatro cardine dell’agenda estera per l’Africa della presidenza Erdogan. Perché qui, oltre a stabilire legami icastici con Paesi-chiave come Namibia e Sudafrica, la Turchia ha mostrato e sta mostrando interesse anche per staterelli apparentemente irrilevanti, da un punto di vista geopolitico, come Malawi, Lesotho ed eSwatini (ex Swaziland), ognuno dei quali ha ricevuto aiuto da parte della TIKA (Turkish Cooperation and Coordination Agency) allo scoppio della pandemia di Covid19 sotto forma di macchinari ospedalieri, maschere protettive e altri beni utili.

La diplomazia turca sta lavorando all’apertura di un’ambasciata in Malawi, ai cui studenti eroga borse di studio dal 1992, al cui sviluppo contribuisce da anni per tramite della Tika e con il quale ha avuto un modesto interscambio di 21 milioni di dollari nel 2019, ha aperto un consolato onorario a Mbabane, capitale del regno di eSwatini, e ha cominciato ad attrarre gli studenti nelle proprie università (e in quelle turco-cipriote) a partire dal 2007, anno dell’allocazione delle prime borse destinate a giovani e meritevoli swazilandesi.

L’interesse della Turchia nei confronti degli stati-chiave è, naturalmente, di gran lunga più elevato e multiforme. Con lo Zambia, a partire dal 2013, anno dell’apertura di un’ambasciata in loco, sono stati siglati accordi di cooperazione in materia di agricoltura, turismo, sanità e infrastrutture, che hanno trasformato la Turchia in un partner strategico e in un fornitore determinante di servizi, risorse e competenze nel quadro del piano nazionale di sviluppo per gli anni 2017-21. E come in un déjà vu, anche lo Zambia è legato alla Turchia da una Commissione economica congiunta, è destinatario di borse di studio ed è un importante teatro operativo della Tika.

La presenza turca è persino più radicata in Namibia, ex colonia tedesca conquistata senza colpo ferire e facendo leva quasi esclusivamente sulla militarizzazione della cooperazione allo sviluppo, ossia confidando nelle capacità taumaturgiche della Tika. La fiducia è stata ampiamente ripagata: a partire dal 2014, anno dello stabilimento di un ufficio della Tika a Windhoek, la Turchia, in passato “sconosciuta ai residenti locali”, ha completato “più di cinquanta progetti […] spazianti dall’installazione di laboratori informatici nelle università, quindi garantendo agli studenti namibiani accesso all’informazione globale e alla connettività, alla preservazione della fauna”.

Altrettanto utile si è rivelata la scelta tattica di inaugurare tratte di collegamento aereo tra Anatolia e Namibia, a mezzo di un accordo siglato tra Turkish Airlines e Air Namibia nel 2017, che ha permesso alla Turchia di migliorare ulteriormente la propria immagine in loco portando turisti, quindi facendo circolare denaro nell’economia.

Nello Zimbabwe, la cui economia è ridotta allo stato brado sin dagli anni immediatamente successivi all’indipendenza, la Turchia ha aperto un’ambasciata nel 2011, iniziato ad erogare borse di studio nel 1992 – 165 i giovani zimbabwiani che ne stanno usufruendo attualmente – e incaricato la Tika di portare avanti progetti umanitari ovunque fosse possibile.

L’interscambio commerciale complessivo è limitato – 17 milioni e 700mila dollari nel 2019 –, ma esteso quanto basta a permettere all’economia locale di respirare ed allontanare lo spettro del baratro. Meritevole di nota, inoltre, che recentemente l’Istituto Yunus Emre, già impegnato nella promozione del panturchismo in Asia centrale, ha iniziato ad erogare corsi di lingua turca nel Paese e che la Fondazione Maarif sia in procinto di approdare ufficialmente con le proprie scuole, avendo siglato un memorandum d’intesa a tal proposito con il governo zimbabwiano.

La “conquista” del Sudafrica

Non è nello Zambia, e neanche in Namibia, che la Turchia ha tagliato i traguardi più importanti nell’Africa meridionale; è in Sudafrica. La Sublime Porta ha stabilito relazioni diplomatiche con la repubblicana sudafricana nel 1993, aprendo un’ambasciata a Pretoria l’anno successivo e facendo della nascita di un sodalizio di alto livello una priorità impellente ed immediata.

I risultati, visibili e tangibili, non hanno tardato a manifestarsi: con un interscambio pari a un miliardo e trecento milioni di dollari (dati relativi al 2019), il Sudafrica si configura saldamente come primo e principale partner commerciale della Turchia nell’Africa subsahariana, rappresentando il 18% dell’intero import-export del mercato turco con quelli subsahariani, e come meta prediletta degli investimenti provenienti dall’Anatolia (più di 600 milioni di dollari negli ultimi anni, indirizzati specialmente al minerario e al tessile, e rilevamenti significativi, come l’acquisto della Cape Town Iron and Steel Works nel 2012) e delle attività dei grandi privati turchi (oltre settanta le compagnie ivi operanti). 

Qui, esattamente come altrove, il governo turco ha cercato e sta cercando di fare breccia nel cuore della popolazione (e della classe politica) erogando borse di studio a giovani meritevoli, le quali vengono allocate su base annua, inaugurando collegamenti aerei e delegando alla Tika l’onere di portare avanti progetti umanitari – più di venti soltanto nella prima parte del 2018 – e inviare aiuti medico-sanitari durante la pandemia.

Gli ottomani hanno fatto ritorno in Africa, piantando la loro bandiera in ogni luogo geostrategico, dal Corno orientale al Sahel e dalla Tripolitania al cuore del continente, ma uno dei traguardi più acmetici è stato l’ingresso a Capo di Buona Speranza, i cui abitanti, non a caso, sono tra i più ferventi sostenitori della collaborazione tra Ankara e Unione Africana e della causa palestinese, il grande cavallo di battaglia della presidenza Erdogan.

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