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Politica

Tra Turchia e Stati Uniti la tensione è alle stelle

Tra Turchia e Stati Uniti i rapporti sono sempre più freddi e le divisioni cominciano a sentirsi in vari settori delle relazioni internazionali fra i due Paesi. Gli esempi cominciano a essere molteplici, già solo la questione inerente le accuse...

Tra Turchia e Stati Uniti i rapporti sono sempre più freddi e le divisioni cominciano a sentirsi in vari settori delle relazioni internazionali fra i due Paesi. Gli esempi cominciano a essere molteplici, già solo la questione inerente le accuse formali della giustizia americana alle guardie del corpo di Erdogan è un segnale di come tra i due governi non ci sia un tipico rapporto di “serenità diplomatica”. Intendiamoci, le accuse possono essere anche sacrosante dal punto di vista giuridico, ma chiunque è consapevole del fatto che queste eventualità godono storicamente di un ombrello d’immunità diplomatica tipica della politica internazionale, dove molto spesso i misfatti dei funzionari o dipendenti del corpo di sicurezza di un presidente vengono in qualche modo taciuti o tralasciati per pura utilità. Parliamo ovviamente del problema più piccolo di quelli che intercorrono fra Ankara e Washington, ma è un simbolo che nasconde problemi più complessi ed eventi che mettono a repentaglio la già fragile cooperazione fra i due Stati.

La questione dirimente fra i due Stati è la Siria, evidentemente, e la questione curda, che ne è corollario. Ma esistono poi tutta una serie di complessità dettata dalla situazione interna turca, dai rapporti con la Russia e con il Qatar, che rendono di fatto Ankara un partner tanto utile quanto assolutamente scomodo per la Casa Bianca. Una scomodità dettata soprattutto dalla totale divergenza d’interessi fra Turchia e Stati Uniti, cosa che mette sicuramente a repentaglio i buoni rapporti fra i due Paesi, poiché è chiaro che non possano esserci se gli scopi delle rispettive politiche estere sono non complementari ma avversari, nonostante siano parte dello stesso ingranaggio Nato.





La Siria assume chiaramente un ruolo-chiave in questo delicato equilibrio, e il problema dei curdi ne è fortemente legato. Ankara sposò in principio la linea dell’opposizione siriana armata contro Bashar Al Assad, supportando per lungo tempo ampi settori dei ribelli del nord del Paese e foraggiando anche sacche di terrorismo in molte aree del Paese, o comunque lasciando che esso controllasse determinati territori. Erdogan vedeva in questa complessa situazione siriana la maniera migliore per finirla con i curdi e spezzare il governo di Assad portando a Damasco un’opposizione filoturca. Le dinamiche del conflitto hanno poi fatto cambiare i progetti di Ankara. Il sostegno armato della coalizione internazionale ai curdi ha colpito profondamente le relazioni fra i Occidente e Turchia e così Erdogan, nel frattempo “silurato” dai suoi stessi alleati durante il fallito golpe del 2016, si è avvicinato alle posizione russe e iraniane nel contrasto alle forze armate curde. Così facendo, la Turchia ha sì continuato ad armare i ribelli del nord del Paese, ma usandoli più in chiave anti-curda che anti-Assad. Un supporto che continua tuttora e che rischia però di portare i rapporti fra Washington e Ankara ai minimi storici, soprattutto se si può trasformare in un motivo di scontro armato. E lo scontro armato pare ci sia già stato. Come riportato da alcune testate americane, i ribelli filoturchi avrebbero colpito le forze armate statunitensi a Minbij, nel nord della Siria, in uno scontro a fuoco confermato da esponenti militari del Pentagono. Da parte turca, sono arrivate smentite, così come dal fronte dei ribelli sostenuti dalla Turchia, ma è altrettanto chiaro che, in questi casi, difficilmente possono esserci conferme di un proprio attacco a un presunto alleato.

Un’alleanza presunta che sembra, inoltre, cadere anche sotto un altro fronte, quello della collaborazione nella preparazione militare. Un altro esempio di come Washington stia sempre più prendendo le distanze da Ankara. Secondo il quotidiano Hurriyet, il governo turco avrebbe chiesto a diversi Stati, tra cui gli Usa, di inviare in Turchia degli addestratori che formino i piloti dell’aviazione turca. Il tutto nasce dall’esigenza dell’aeronautica di Erdogan di formare nuovi piloti dopo che le purghe volute dallo stesso presidente hanno decimato l’intero esercito, colpendo anche il numero dei piloti. Gli Stati Uniti non solo hanno rifiutato di inviare addestratori – cosa che fra alleati dovrebbe essere scontata – ma ha anche imposto al Pakistan, un altro dei Paesi contattati dalla Turchia, di non mandare alcun addestratore tra le fila dell’aviazione turca. Il messaggio è chiaro: se la Turchia non decide da che parte stare, gli Stati Uniti non la riterranno un alleato. E in questo senso, la Siria può certamente essere considerata un terreno per provare la vicinanza di Ankara alle politiche di Washington, dal momento che i cacciabombardieri turchi vengono spesso utilizzati dalla Turchia per bombardare il nord della Siria e dell’Iraq contro il Pkk curdo.

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