La Turchia avverte gli Stati Uniti: o si ritirano nei tempi previsti, o invaderà il nord della Siria. Il ministro degli Esteri, Mevlut Cavusoglu, durante un’intervista con il canale Ntv, ha dichiarato: “Se il ritiro sarà ritardato adducendo scuse ridicole, come il fatto che i turchi stiano massacrando i curdi, cosa che non riflette la realtà, renderemo effettiva questa decisione””. E per decisione, intende quella di entrare con le forze armate nel nord della Siria.

Le frasi arrivano dopo lo scontro fra Recep Tayyip Erdogan e John Bolton. Due giorni fa, il presidente turco si è rifiutato id incontrare il Consigliere per la Sicurezza nazionale americano dopo che questi, a Gerusalemme, aveva detto di considerare prioritaria la protezione delle milizie curde. Frasi che erano state respinte dai turchi, che invece hanno detto di considerare le milizie Ypg al pari di altri gruppi terroristi, come lo stesso Stato islamico. E che adesso si preparano a entrare in azione per confermare il loro vero e unico obiettivo dall’inizio del conflitto: costruire nel nord della Siria una sorta di protettorato turco debellando la resistenza curda.

Ieri, la posizione statunitense è stata ribadita dal segretario di Stato Mike Pompeo, in missione in Iraq: “È importante fare tutto quello che è in nostro potere per assicurare che coloro che hanno combattuto al nostro fianco rimangano in sicurezza”. Il funzionario Usa, in visita a Baghdad e nel Kurdistan iracheno, ha ribadito la convinzione che il ritiro americano dalla Siria non debba avere effetti negativi sulla cooperazione tra Stati Uniti  e Iraq, né sul rapporto con le forze curde impegnate sul campo.

Ma la mossa americana appare in ritardo, o quantomeno ipocrita, rispetto a quanto già realizzato (e non solo minacciato) dalle forze armate di Ankara con la complicità Usa. I curdi sono stati più volte abbandonati dal Pentagono per lasciare spazio all’alleato turco. E nonostante Erdogan continui a minacciare direttamente Washington, è del tutto evidente che fra Turchia e curdi, gli strateghi Usa abbiano già scelto: e l’opzione ricade sul Sultano. Ma con un occhio di riguardo alle milizie Ypg, che rappresentano in ogni caso una preziosa spina nel fianco, oltre che un’arma di ricatto, sia verso la Turchia che verso gli altri governi locali.

È chiaro che gli Stati Uniti non possono abbandonare la Turchia. Né la Turchia, con le sue minacce, può scegliere di punto in bianco di abbandonare la Nato e l’asse con l’Occidente. Ma Erdogan gioca in modo spregiudicato su due fronti. E questa soluzione gli consente di avere una posizione privilegiata e da battitore libero in tutto il Medio Oriente.

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Tanto è vero che lo stesso ministro Cavusoglu ha annunciato che i leader di Iran, Russia e Turchia si incontreranno di nuovo per discutere del futuro della Siria. Il ministro ha anche precisato che sarà il Cremlino a proporre una data per il trilaterale fra Erdogan, Vladimir Putin e Hassan Rohani. Ed è un annuncio che conferma la volontà turca di radicare i rapporti con Mosca e Teheran sul fronte siriano anche per ottenere maggiore autonomia rispetto all’Alleanza atlantica e agli Stati Uniti. E così “Vorremmo restare in contatto con la Russia durante questo processo così come con l’Iran, che è uno dei giocatori attivi nella regione, che ci piaccia o no”, ha detto Cavusoglu.

È con queste premesse che deve essere compreso l’annuncio della Turchia sulla preparazione di un’operazione in Siria. La terza, dopo Scudo dell’Eufrate e Ramoscello d’Ulivo. Erdogan vuole garanzie sul suo “protettorato” nel nord del Paese devastato da quasi otto anni di guerra. E la soluzione del ritiro Usa permetterebbe ad Ankara di monitorare la parte nordorientale della Siria senza avere i curdi protetti dal Pentagono e dalla coalizione internazionale a guida americana. Ecco perché Erdogan guarda a Iran e Russia e continua ad affermare che sia necessario il ritiro americano.

Ma ci sono alcuni dubbi che riguardano la possibile espansione della Turchia in Siria. Ed è per questo che la Casa Bianca e il Pentagono hanno iniziato a riflettere sul ritiro. Erdogan è legato a doppio filo alla Fratellanza Musulmana e al governo del Qatar, mentre gli Stati Uniti hanno due alleati fondamentali in Medio Oriente che vanno dalla parte opposta: Arabia Saudita e Israele. Lasciare il Sultano prenda il sopravvento rischia di essere un clamoroso boomerang che a Washington preoccupa. E molto.