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Mentre la Germania conferma che è contraria a qualsiasi embargo sulle armi alla Turchia, Recep Tayyip Erdogan mostra i muscoli con tre mosse che fanno comprendere il valore della strategia turca.

Da una parte, il ministero della Difesa ha annunciato l’inizio delle esercitazioni aeronavali “Tiger Claw 2020”, “Artiglio di tigre”, nelle bollenti acque del Mediterraneo orientale. Acque dove proprio nella serata del 22 è arrivato l’ennesimo Navtex che avverte l’avvio di ricerche sismiche da parte delle navi Oruç Reis, Ataman and Cengiz Han fino a giugno del 2021. Un periodo estremamente lungo per un’area limitata che se per alcuni è un segnale di apertura in vista di prossimi colloqui, per altri è il segnale che Ankara ritiene ormai quell’area dell’Egeo e del Mediterraneo orientale una sorta di “zona neutra”.

Dall’altra parte, il parlamento ha ratificato quanto proposto due settimane fa dall’esecutivo, e cioè la permanenza dei militari turchi in Libia per altri 18 mesi. La mozione, che è il frutto dell’accordo di cooperazione siglato tra Turchia e Governo di accordo nazionale lo scorso anno, si basa sulla formale giustificazione che l’Esercito nazionale libico guidato da Khalifa Haftar possa riprendere l’assedio contro le forze legate a Tripoli. Motivazione che chiaramente serve come appiglio legale e strategico per una mossa che indica semplicemente il proseguimento di una manovra iniziata da molto tempo, e che consente a Erdogan di confermare la sua presenza in Libia sia attraverso le proprie forze armate sia attraverso i suoi proxy e le milizie in arrivo anche dalla Siria.

Il 2020 si chiude dunque con il consolidamento dei due pilastri che hanno caratterizzato l’anno di Erdogan nel Mediterraneo. E dalle acque levantine fino alla Tripolitania, la strategia turca impone il suo ritmo confermano l’assoluta volontà di Ankara non cedere di fronte alle proteste europee e americane. Proteste che si sono poi concretizzate in sanzioni deboli ma in grado di riaccendere la propaganda governativa. Che si è potuta così giovare anche di un’esercitazione che assume caratteristiche decisamente importanti anche sotto il profilo dei mezzi utilizzati.

Come riportato dall’agenzia Anadolu, l’esercitazione, su cui è tornato anche il ministro della Difesa Hulusi Akar in una conferenza presso la base navale di Aksaz, serve in particolare per implementare il coordinamento e le capacità tattiche per il controllo dello spazio aereo e per la possibilità di operazioni congiunte. Tanto che sono coinvolti uomini e mezzi di aeronautica (21 aerei e un elicottero), marina (3 navi) ed esercito fino all’utilizzo dei droni, arma sempre più utilizzata dalla Turchia negli scenari di guerra in cui è coinvolta. In questo senso, le manovre ricordano come Ankara si muove in questo momento con una sola voce, manifestando anche la necessità di un pieno coordinamento delle diverse forze coinvolte nei conflitti dove la Repubblica turca non è solo partecipe, ma direttamente protagonista. Segnale che dovrebbe arrivare forte e chiari a Bruxelles, sponda Nato e sponda Unione europea, visto che le pressioni politiche nei confronti di Ankara, fino a questo momento, non ha fermato i piani di Erdogan per una rinascita del suo Paese come game-changer regionale.

La conferma dell’impegno militare a Tripoli unita all’aver già predisposto ricerche nel Mediterraneo orientale, non lontano da Kastellorizo, formalmente fino alla metà del 2021, rendono evidente che la Turchia non abbia alcun interesse immediato a cedere di fronte al muro greco né alle sanzioni americane e del Consiglio europeo. Tessendo una tela mediterranea che pochi, in Ue, riescono a comprendere davvero.

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