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Il voto in Turchia è l’ennesimo plebiscito sulla figura di Recep Tayyip Erdogan. Il presidente turco vuole questo: che ogni elezione si trasformi in un voto non sulla Turchia, ma sulla sua persona. E vuole vincere per dimostrare, ancora una volta, di essere il leader naturale del Paese.

Queste elezioni non sono diverse. Non c’è solo una scelta fra programmi, ma una scelta se continuare o meno con il Sultano. Dopo quasi 16 anni al potere, il Reìs punta a un nuovo mandato per essere considerato il demiurgo di una nuova Turchia. Lui come Mustafa Kemal Ataturk: uno il creatore di una Turchia, l’altro, il fondatore della Repubblica.

Ma come ogni voto che si incardina su una persona, la lama è a doppio taglio. Se vince, Erdogan può ergersi a leader indiscusso del Paese. Se perde, la sua aura di invincibilità rischia di essere scalfita definitivamente dopo i sonori colpi ricevuti in questi anni. E trasformare ogni elezioni in un referendum su se stesso può condurlo definitivamente alla rovina.

Gli ultimi anni di Erdogan

Oggi si fa fatica a pensare a una Turchia senza Erdogan. Protagonista assoluto dal 2002, il presidente turco, ormai 64enne, ha forgiato a sua immagine un Paese coinvolgendolo in tutte le crisi internazionali ma trasformandolo in una potenza ambigua ed eclettica. Un uomo che ha cambiato idea continuamente: ma con lui le ha cambiate anche il Paese.

Il presidente turco è passato da essere fautore di una Turchia nell’Unione europea ad attaccare l’Europa e i suoi Stati membri. Ha trascinato Ankara nella terrificante guerra di Siria prima con lo sfruttamento a suo vantaggio dello Stato islamico, poi come partner della Russia, infine come invasore della regione curda siriana e come burattinaio di molte sigle jihadiste.

In tutto questo, ha continuato a imperversare contro i curdi per poi orientarsi contro tutti i suoi oppositori. Il fallito golpe del luglio del 2016 è stato l’inizio di una guerra senza quartiere a tutto ciò che potesse contrapporsi alla sua leadership. Dopo aver accusato il suo ex amico Fetullah Gulen di aver orchestrato il tentato colpo di Stato, Erdogan ha messo a soqquadro un intero Stato.

Le purghe sono all’ordine del giorno. Chiunque è sospettato di essere anche solo vagamente legato alla rete gulenista è arrestato o rimosso dalla sua posizione lavorativa. Forze armate, media, istruzione, burocrati, nessuno è rimasto escluso da questa caccia all’uomo. Le carceri traboccano di sospetti appartenenti a questa rete.

È stato un crescendo, culminato poi con il referendum costituzionale del 16 aprile 2017 che ha trasformato il Paese in una repubblica presidenziale. Quel referendum è stato però anche il primo segnale, nella vittoria, che qualcosa stava cambiando. Erdogan è apparso per la prima volta indebolito. Sperava in un trionfo: così non è stato. La provincia lo ha seguito,. ma le metropoli no. E molto hanno fatto i turchi all’estero, che hanno votato in massa in favore del presidenzialismo.

[Best_Wordpress_Gallery id=”1047″ gal_title=”Comizio di Ince in Turchia”]

Un leader logoro

Una tensione continua che la logorato la società turca, l’ha polarizzata e l’ha divisa come non mai. Ed è un fattore che dimostra anche come la leadership del Sultano sia altrettanto indebolita. 

E l’aver trasformato il voto in un referendum sulla sua persona – l’ennesimo – può rivelarsi un boomerang. Validissimo se si ha il consenso necessario a trionfare, ma altrettanto pericoloso se i presupposti di questa grande vittoria non ci sono. E già il fatto di aver parlato di alleanze con gli altri partiti a lui affini, mostra un inevitabile spettro di una sconfitta.

La Turchia appare stanca di Erdogan. Il presidente ha costruito nemici ovunque. All’interno con i curdi e i gulenisti. All’esterno con chiunque, dagli alleati della Nato, all’Europa, alla stessa Russia per un certo periodo. Oggi l Turchia non ha amici, ma si sta facendo molti nemici. Così come Erdogan.

E si presenta al voto, per la prima volta, con un fronte di opposizione molto compatto. Il candidato del principale partito di opposizione (Chp), Muharrem Ince, appare in grado di scalzare Erdogan dalla leadership della Turchia.  I suoi comizi sono sempre stracolmi di persone. E la ventata di aria fresca portata dalla sua persona, unita all’appoggio di altre forze, può essere determinante-.

E anche questa volta, come in tutte le elezioni del mondo, l’economia potrebbe essere l’ago della bilancio. Erdogan continua a ribadire i grandi risultati dei suoi governi e della sua presidenza. Ed è vero che alcuni sono innegabili come il reddito pro capite, che è triplicato in questi anni.

Ma adesso l’economia turca è in profonda crisi. L’inflazione ha superato il 12% registrando tassi molto elevati che preoccupano la società turca e in particolare la classe media. Dall’altro lato, non va sottovalutato il crollo della lira turca, che ha perso il 20% del suo valore rispetto al dollaro dall’inizio del 2018. Come sempre, il presidente ha incolpato le potenze occidentali che vogliono farlo fuori. Ma è un discorso che inizia a stridere con la realtà.

E se i sondaggi avranno ragione, Erdogan potrebbe per la prima volta pagare un caro prezzo elettorale andando al ballottaggio con Ince. E quell’8 luglio potrebbe veramente decidersi il futuro della Turchia e, probabilmente, anche del Medio Oriente.

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