“Per mè è un ritorno al mio nido, alle mie origini. Sarò un protettore dell’unità e dell’integrità del partito, consapevole che il peso e le aspettative su di noi sono sempre maggiori”. È con queste parole che Recep Tayyip Erdoğan sancisce il suo ritorno all’Akp, siglato oggi in una cerimonia ad Ankara, in vista di un appuntamento che promette di incoronarlo di nuovo leader del Partito per la giustizia e lo sviluppo il prossimo 21 maggio.Al Congresso straordinario Erdoğan arriverà senza nessun tipo d’opposizione, in un’elezione che assomiglia di più a una nomina, come avvenne quando il primo ministro Binali Yıldırım, ora sulla via del pensionamento per via del risultato del referendum dello scorso 16 aprile, prese il posto del suo predecessore, Ahmet Davutoğlu, tra voci insistenti di un crescente scollamento tra le posizioni dell’ex premier e quelle del Presidente.Il Reis turco non ha di fatto mai lasciato la guida del partito che contribuì a fondare nel 2001, se non in teoria, per rispettare quella norma dell’ora emendata Costituzione che richiedeva che la carica di Presidente fosse al di sopra dello scontro politico. Un appunto che l’opposizione filo-curda (Hdp), da tempo sotto attacco e con entrambi i leader in carcere, non ha mancato di fargli presente, tramite il suo portavoce Osman Baydemir.Un ostacolo, quello di non poter essere al contempo leader del suo partito e del Paese, che non gli ha mai impedito di dettare la linea, come una condanna al carcere e la successiva interdizione dalla vita pubblica non impedirono, nel 2002, che in Parlamento passasse un emendamento costituzionale grazie al quale Erdoğan poté correre nelle elezioni di novembre, in cui fu eletto primo ministro. “Per quanto arbitrario diventi il suo agire – commenta Aykan Erdemir, ricercatore alla Foundation for Defense of Democracies ‏-, vuole comunque mantenere una parvenza di stato di diritto e quindi ha legalizzato una ‘presidenza partigiana’”.Il Congresso straordinario che si terrà il prossimo 21 maggio non è tuttavia destinato a trascorrere senza lasciare traccia di sé. Non tanto perché Erdoğan potrà riprendere ufficialmente le redini della sua creatura politica da Presidente, comunque un fatto inedito nell’ultimo mezzo secolo, ma perché lo stesso premier Yıldırım ha lasciato intendere – pure se la notizia è ancora da confermare – che potrebbe essere l’occasione per dare il via a un turn-over che dovrebbe riguardare molti dei ministri del governo.L’Akp – sottolinea il quotidiano locale Hürriyet – potrebbe anche muovere le pedine locali del partito. Una mossa pensata soprattutto per superare ostacoli emersi con il recente referendum costituzionale, che ha dato a Erdoğan poteri pressoché illimitati, ma in cui non è riuscito a conquistare il favore di molte delle città principali, compresa quella Istanbul di cui fu il sindaco, e ha ottenuto solo il 51% delle preferenze, per stessa ammissione dell’Akp al di sotto delle aspettative.Un dato particolarmente rilevante, se lo considera come il risultato di un periodo di campagna elettorale trascorso secondo gli osservatori internazionali in assenza delle “libertà fondamentali, essenziali per un normale processo democratico”, e di un voto che ha scatenato proteste e accuse di brogli da parte dell’opposizione, che non ha esitato a chiederne – senza successo – l’annullamento.Il ritorno ufficiale di Erdoğan all’Akp è il primo vero segnale di cambiamento dal giorno del referendum. Perché i nuovi emendamenti entrino tutti in vigore bisognerà aspettare le elezioni del 2019. A non essere mutato è il ritmo delle purghe statali. Altre 3.900 persone, membri dell’esercito e statali, sono state espulse domenica, sospettate secondo la Gazzetta ufficiale di legami con “gruppi terroristici e strutture che presentano una minaccia per la sicurezza nazionale”. Dal giorno del fallito colpo di Stato, in cui 240 persone sono rimaste uccise, sono circa 120.000 quelli che sono stati sospesi dal loro lavoro o licenziati e più di 40.000 i cittadini in arresto.