L’operazione “Primavera di pace” sta dividendo l’opinione pubblica e le classi politiche occidentali, e fra le voci fuori dal coro dell’indignazione e delle critiche è apparsa quella del primo ministro ungherese Viktor Orban, che il 15 ottobre ha approfittato della partecipazione alla sessione del Consiglio turco per difendere le azioni di Ankara nella Siria settentrionale.

Recep Tayyip Erdogan ha ringraziato la presa di posizione del collega ungherese, sottolineando quanto sia importante la collaborazione fra i due paesi in numerosi teatri internazionali, dalla cultura alla politica estera. In effetti, seppure poco conosciuto e marginalmente considerato anche dagli analisti politici, l’asse Budapest-Ankara è una realtà consolidata ed in pieno fermento, sostenuta da una significativa convergenza di interessi.

Le apparenti contraddizioni di fondo – Orban sogna di costruire una democrazia illiberale plasmata da valori cristiani per fronteggiare la decadenza occidentale e l’islam radicale, mentre Erdogan ha fatto propria la retorica dello scontro di civiltà e si sta affermando come il nuovo leader del nazionalismo islamico – sono infatti appianate dall’esistenza di un potente collante ideologico che oltrepassa la sfera religiosa: il turanismo.

Il sodalizio di cui nessuno parla

A partire dal 2010, Ungheria e Turchia hanno avviato un partenariato strategico di natura morbida, operante su diversi settori economici e non economici, che sta avendo il duplice effetto di aumentare l’esposizione di Budapest nel mondo turco e di rallentare l’allontanamento di Ankara dal blocco occidentale.

L’avvicinamento alla Turchia era uno degli obiettivi di lungo termine dell’agenda estera di Orban mirante all'”apertura ad Oriente“, che è stata accuratamente elaborata dagli strateghi di Fidesz per enfatizzare le origini asiatiche del popolo ungherese e migliorare sensibilmente i rapporti con Ankara e con i paesi turcofoni dell’Asia centrale ex sovietica.

In questo contesto si inquadrano l’intensificazione della cooperazione economica, l’appoggio diplomatico in sede internazionale, l’aumento degli investimenti turchi nell’economia magiara, anche da parte di privati legati a doppiofilo con lo stato profondo, come il miliardario Adnan Polat, ma soprattutto il fiorire di dense relazioni culturali, mandate avanti da intellettuali, università e organizzazioni governative.

L’analisi di quest’ultimo ambito è particolarmente importante, perché consente di comprendere il retroterra ideologico che si trova alla base dell’apertura ad Oriente voluta da Orban. Le iniziative di matrice culturale più significative sono state probabilmente due: il restauro della tomba del poeta ottomano Gül Baba, sita a Budapest, costato circa 8 milioni di euro, co-finanziato dai governi ungherese e turco, e alla cui cerimonia di riapertura ha partecipato lo stesso Erdogan; l’entrata dell’Ungheria nel Consiglio Turco in qualità di stato osservatore.

L’Ungheria ha acquisito tale status lo scorso anno, all’indomani del conseguimento di un posto da osservatore nell’Accademia Turca Internazionale, e ambisce a fare da tramite con l’Unione europea, all’interno della quale sta portando avanti una campagna di pressione affinché il Consiglio turco venga inquadrato nella politica di buon vicinato. Budapest ha rapidamente palesato le proprie velleità espansionistiche, aprendo delle linee di credito con Kazakistan, Turchia, Azerbaigian Kyrgyzistan e Uzbekistan, e annunciando piani per aumentare gli interscambi commerciali con tutti i paesi membri dell’organizzazione. Infine, a settembre di quest’anno, a Budapest è stato aperto il primo ufficio di coordinamento in Europa dell’organizzazione.

Ma è l’economia la sfera più rilevante del partenariato. I due paesi sono uniti da un comitato economico, che si riunisce periodicamente, hanno avviato i lavori per una maggiore collaborazione nel settore energetico, e il volume degli interscambi commerciali cresce annualmente insieme a quello dei flussi turistici provenienti da entrambe le parti. Ma è l’energia il settore in cui sono stati raggiunti i più alti risultati: l’Ungheria ha ottenuto che il TurkStream venga prolungato fino all’Europa centrale, mentre la Turchia ha appaltato ad esperti ungheresi la formazione dei propri tecnici nucleari in vista della prossima apertura dei primi impianti.

Il turanismo

Orban ha più volte espresso sostegno all’ipotesi geofilosofica secondo cui turchi e ungheresi sarebbero connessi spiritualmente, poiché discendenti di un’eredità etnico-storica comune, ossia la remota provenienza dalle steppe centro-asiatiche. I programmi universitari di entrambi i paesi prevedono l’insegnamento di questa teoria e stanno contribuendo a rafforzare questo convincimento in seno alle attuali e future élites culturali e politiche.

Il pensiero di Orban non è altro che una rivisitazione in chiave attuale, e geoeconomica, di una scuola di pensiero ottocentesca nota come turanismo. Questa elucubrazione intellettuale nasceva con l’obiettivo di contrastare l’avanzata dei progetti di unificazione nazionale su base etnica, promossi dai panslavisti nei Balcani e dai pangermanisti nell’Europa centrale, facendo appello ai popoli europei di origine uralo-altaica affinché si alleassero in ragione della comune identità. Questi popoli erano, e sono, i magiari dell’Ungheria, i finni di Finlandia e paesi baltici, i tatari di Russia, e gli ottomani.

Attraverso la riesumazione del turanismo, Orban ha dimostrato di possedere una grande conoscenza della storia del proprio paese e dei movimenti di pensiero che maggiormente hanno scosso il nazionalismo europeo otto-novecentesco, e ha anche adottato l’unica strategia espansionistica adottabile da parte dell’Ungheria, che nel Vecchio continente è costretta all’irrilevanza perché assente delle risorse necessarie a sfidare l’egemonia franco-tedesca o la concorrenza dei paesi scandinavi.

Il mondo turco è invece composto da paesi in via di sviluppo o sottosviluppati, nei quali il capitale, i prodotti e le competenze ungheresi potrebbero fare la differenza. In cambio dell’esposizione sui mercati emergenti dell’Asia ex sovietica, a Budapest viene richiesto di indebolire ulteriormente la già frammentata Unione europea, come dimostrato dalla presa di posizione circa l’operazione Primavera di pace. Si tratta di un sodalizio che non è sotto la luce dei riflettori internazionali, ma che compone una parte di quel puzzle che lentamente sta trasportando l’ordine internazionale dall’unipolarismo al multipolarismo.

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