La geopolitica della corsa allo spazio
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Dopo un periodo forte tensione il leader turco e quello statunitense sembrano aver trovato una soluzione per sciogliere uno dei nodi più spinosi del rapporto turco-americano nel caotico contesto del conflitto siriano, ovvero la posizione della Casa Bianca nei confronti dei curdi. Già a maggio 2017 raccontavamo su Gli Occhi della Guerra della scelta dell’amministrazione Trump di rifornire di armi pesanti le milizie curde con l’obiettivo di velocizzare le operazioni per la liberazione di Raqqa. I combattenti Ypg hanno ricevuto dagli Stati Uniti anche mortai da 120mm e veicoli corazzati leggeri. Erdogan ha tentato di evitare in ogni modo che i curdi conquistassero quella che veniva considerata la capitale dello Stato Islamico in Siria, ma la volontà di Washington sembrava chiara: Raqqa doveva essere liberata dai curdi che poi ne avrebbero dovuto prendere il controllo così da consolidare definitivamente la loro presenza e autorità nel Rojava.

Erdogan non poteva accettare che i curdi consolidassero la loro autorità al confine meridionale della Turchia con la Siria e così il 20 gennaio ha lanciato l’operazione “Ramo d’ulivo” contro l’Unità di protezione del popolo. Il 18 marzo le forze turche insieme ai gruppi ribelli hanno preso il controllo di Afrin massacrando 1500 curdi e mettendo a ferro e fuoco la città. Il 24 marzo, invece, la notizia del ritiro delle milizie del Pkk  dalla città di Sinjar e dalle zone limitrofe per scongiurare un intervento militare turco nell’area. Mercoledì 27 marzo attraverso il segretario alla Difesa degli Stati Uniti James Mattis – durante una conferenza stampa tenuta al Pentagono – Washington ha sollevato ogni dubbio rispetto alla sua posizione nei confronti delle azioni di Recep Tayyip Erdogan: “Gli Usa sono al fianco della Turchia contro le milizie curde del Pkk dovunque ci sia una chiara minaccia per Ankara”. Al momento gli avamposti di maggiore interesse per la Turchia sono l’area del Sinjar, in Iraq,  e Manbij, in Siria, a 30km a nord di Aleppo e dove al momento si trovano anche le truppe statunitensi che Ankara chiede di ritirare così da poter proseguire indisturbata la sua avanzata.

Secondo il comunicato rilasciato al termine della riunione del gruppo di lavoro Turchia-Stati Uniti per la risoluzione delle questioni aperte, tenuto ad Ankara il 25 maggio scorso, i due paesi avrebbero raggiunto un accordo per risolvere la questione di Manbij. Il piano per Manbij infatti prevede il ritiro delle milizie curde Unità di protezione del popolo (Ypg) dalla città e dalle zone limitrofe, aree che poi verranno consegnate all’amministrazione congiunta di reparti militari turchi e statunitensi.

Quello tra Turchia e gli Stati Uniti stava diventando un rapporto talmente travagliato che inizialmente Washington aveva annunciato la volontà di chiudere la base aerea di Incirlik per costruirne di nuove in Arabia Saudita, notizia poi smentita. Senza contare che recentemente Ankara si è detta pronta ad acquistare jet russi Su-57 se Washington decidesse di sospendere effettivamente la consegna per gli F-35 richiesti da Erdogan.

Mercoledì 27 marzo il segretario alla Difesa degli Stati Uniti durante una conferenza stampa si era detto certo di poter trovare una soluzione con Ankara anche su Manbij perché “quello rappresenta un avamposto di cruciale importanza per la sicurezza della Turchia”. Soluzione che sembra essere arrivata, anche se le carte in tavola in Medio Oriente cambiano spesso e con grande velocità.

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