Alla fine l’attacco è partito: come già annunciato nei giorni scorsi da Erdogan, ma anche come si poteva ben evincere dai movimenti di truppe ai confini tra Turchia e Siria delle ultime ore, l’esercito turco ha iniziato l’operazione denominata ‘Ramoscello d’Ulivo’. Così come quella denominata ‘Scudo dell’Eufrate’, partita nel novembre 2016 e che ha coinvolto i territori di Jarabulus ed Al Bab, anche in questo caso Ankara vuole frenare le velleità curde di costituire una regione autonoma nel nord della Siria, proprio al confine con il Kurdistan turco; una prospettiva, quest’ultima, effetto collaterale della decisione di Erdogan di contribuire a destabilizzare il vicino paese arabo in funzione anti Assad, con la guerra civile siriana che ha prodotto una regione curda ‘de facto’ estesa dalla provincia di Aleppo fino a quella di Al Hasakah. L’operazione appena scattata, differisce però da quella denominata ‘Scudo dell’Eufrate’ soprattutto per un motivo: infatti, questa volta i curdi sono attaccati frontalmente dall’esercito turco e dalle milizie affini, mentre nel 2016 l’avanzata è stata contro l’ISIS ed ha voluto impedire la continuità territoriale curda tra Afrin e Manbji.

Le peculiarità dei curdi di Afrin

La popolazione curda in Siria è da sempre in gran parte stanziata nella parte nord orientale del paese, specialmente nella provincia di Al Hasakah; pur tuttavia, a nord di Aleppo vi è una storica ‘enclave’ curda che ha come perno la cittadina di Afrin, capoluogo del cantone omonimo appartenente alla provincia aleppina. Con lo scoppio delle prime proteste nel 2011, le milizie YPG hanno iniziato ad approfittare della destabilizzazione della Siria per guadagnare terreno contro l’esercito e, tale circostanza, è avvenuta tanto nelle aree curde di Al Hasakah quanto ad Afrin; è così che si è creata questa piccola enclave curda a nord di Aleppo, la quale durante tutti questi anni è stata amministrata e controllata direttamente dagli uomini della YPG.  La situazione da queste parti è sempre rimasta tutto sommato tranquilla: nel cantone di Afrin infatti ben presto è stato trovato un certo equilibrio nei rapporti con l’esercito siriano, tanto che tra le truppe di Assad e quelle della YPG non ci sono contrasti da almeno quattro anni.

Ma i curdi di Afrin, fino alle scorse ore, sono sembrati in buoni rapporti anche con le milizie di Al Nusra e con le sigle jihadiste che di fatto hanno circondato, dal 2013 fino agli inizi del 2016, l’intero cantone; le truppe YPG presenti in questo territorio, hanno avuto un atteggiamento diverso rispetto a quelle che hanno avanzato da Al Hasakah fino al cantone di Manbji ed a Kobane: questo è dimostrato dal fatto che mentre queste ultime hanno ricevuto il sostegno degli USA, ad Afrin invece da circa un anno sono presenti esperti militari russi e, più volte, si è parlato di definitiva pacificazione tra le milizie presenti nel cantone ed il governo di Damasco. Tutto questo però, come detto, fino a poche ore fa: Erdogan, già presente ad A’zaz e nel nord di Aleppo grazie all’operazione Scudo dell’Eufrate, nel mese di novembre ha fatto entrare diverse proprie truppe nella provincia siriana di Idlib, controllata dai filo turchi, proprio al confine con il cantone di Afrin. E’ stato questo il vero segnale dell’imminente attacco.

Il via libera di Mosca all’operazione

L’impressione è che il governo di Ankara, prima di muoversi, abbia voluto sondare l’eventuale appoggio internazionale a questa operazione; in particolare, la Turchia potrebbe aver concordato diplomaticamente con Russia ed Iran, sia ad Astana che in altre sedi, tanto l’attacco ad Afrin quanto la possibilità che l’intera parte nord della provincia di Aleppo venga posta sotto l’influenza turca anche dopo la fine del conflitto. La dimostrazione che il disco verde ai primi bombardamenti di Afrin sia giunto anche da Mosca, è l’allontanamento proprio nelle scorse ore delle truppe russe presenti ancora nel cantone; il filo sempre più diretto tra Turchia e Russia probabilmente è rimasto aperto nel concordare il via dell’operazione, la quale però potrebbe anche non essere vista di assoluto buon occhio dal Cremlino, in cui adesso si è impegnati nel tenere a freno l’irritazione del governo di Assad per l’ingresso in massa di truppe turche in territorio siriano; pur tuttavia, da Damasco negli ultimi giorni non sono arrivati segnali volti all’impiego di proprie truppe al fianco delle YPG in funzione anti turca, del resto in tanti all’interno dell’esercito non vedrebbero di buon occhio un aiuto a quei curdi che, nel 2011, hanno comunque contribuito alla destabilizzazione del paese.

La Turchia punta anche Manbji

L’operazione scattata ad Afrin potrebbe non esaurirsi all’interno del piccolo cantone curdo, oramai stretto nella morsa dei filo turchi; da Ankara infatti, nelle scorse ore Erdogan ha apertamente dichiarato che dopo l’enclave a nord di Aleppo toccherà anche al cantone di Manbji, conquistato nell’estate del 2016 dai curdi i quali lo hanno strappato all’ISIS. In questo territorio però vi sono delle differenze rispetto alla situazione che vige ad Afrin; infatti, a Manbji la maggioranza della popolazione è araba ed i curdi vengono visti come occupatori. Proprio nei giorni scorsi, l’uccisione ad opera delle milizie YPG di due giovani siriani, ha portato la popolazione a scioperare e scendere in piazza contro i curdi; Erdogan vorrebbe sfruttare l’impopolarità delle milizie in questa parte della provincia di Aleppo, anche se però i cittadini non vedrebbero di certo di buon occhio nemmeno la presenza dei militari turchi o delle milizie islamiste filo Ankara.

La Turchia, oltre che della propria aviazione e di alcuni reparti del proprio esercito, sta utilizzando per l’appunto anche gruppi indicati come ‘moderati dell’FSA’, pur tuttavia si tratta nella maggioranza dei casi di sigle islamiste finanziate in questi anni da Ankara o comunque ‘sensibili’ all’influenza del governo di Erdogan. L’obiettivo del presidente turco appare dunque chiaro: l’intero confine settentrionale della Siria che va da Afrin fino all’Eufrate, non deve più vedere la presenza curda; in tal modo, lo spauracchio di avere a che fare con un Kurdistan siriano autonomo a fine guerra verrebbe definitivamente a mancare. E’ forse questa la controparte della fine del diretto sostegno all’opposizione siriana e del riavvicinamento a Mosca, circostanza che sta contribuendo al mantenimento in sella del presidente Assad.

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