I funerali di Ali Khamenei, celebrati a oltre quattro mesi dalla sua morte nei raid inaugurali della guerra israelo-americana all’Iran e dopo il completamento dell’armistizio tra Teheran e Washington, rappresentano non solo una grande occasione simbolica, politica e sociale ma anche, come accade in queste circostanze, una possibilità per passaggi diplomatici significativi e che l’ordinarietà dei passaggi politici non permetterebbe. Lo abbiamo visto, in un contesto vicino a noi, con i funerali di Papa Francesco nell’aprile 2025 e il dialogo tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky sotto la volta della Cappella Sistina che rimarrà negli annali come foto-simbolo di quel momento. E lo stiamo cogliendo all’inizio delle lunghe esequie della Guida Suprema e figura-simbolo della Repubblica Islamica di cui è stato capo politico e religioso. In questo caso, la diplomazia è a più livelli, tra prospettive di dialogo e minacce.
I funerali di Khamenei tra minacce e diplomazia
C’è, da un lato, il tentativo di Israele e Stati Uniti di non veder trasformato il periodo dei funerali in un’occasione di successo politico per il regime dei Pasdaran e dei loro alleati contro ogni minaccia di isolamento internazionale. Mojtaba Khamenei, figlio e successore della Guida Suprema, ferito negli attacchi dell’inizio della Terza guerra del Golfo, salterà ogni evento pubblico per ragioni di sicurezza dopo che da Tel Aviv il ministro della Difesa Israel Katz ha ricordato che il nuovo vertice del potere iraniano era “condannato a morte”, come a paventare l’ipotesi di un terzo tempo della guerra dopo gli scontri di giugno 2025 e febbraio-aprile 2026 nel prossimo futuro.
L’agenzia iraniana semi-ufficiale Tasnim, invece, ha rivelato che a Teheran sarebbero stati captati diversi tentativi della diplomazia statunitense per dissuadere molti leader stranieri dal partecipare alle esequie di Khamenei e che addirittura il Segretario di Stato Marco Rubio, annoverabile tra i filo-israeliani convinti e tra i falchi anti-iraniani, dopo non aver partecipato in prima persona ai negoziati per l’armistizio avrebbe comunicato alle ambasciate Usa nel mondo di far riferimento ai governi locali per ricordare che ogni partecipazione alle esequie di Khamenei sarebbe indicato come un segno negativo verso Washington. “Gli ambasciatori statunitensi nei paesi africani hanno anche esplicitamente minacciato che, se avessero partecipato ai funerali del leader martire, gli aiuti allo sviluppo statunitensi a questi paesi sarebbero potuti essere interrotti”, ha aggiunto Tasnim.
La diplomazia in bilico e l’Iran che non è isolato
Non c’è conferma ufficiale da fonti terzi di questa ricostruzione da parte iraniana e, d’altro canto, si può anche inserire a compensazione il fatto che a causa della sovrapposizione temporale tra i funerali di Khamenei e le celebrazioni del 4 luglio per i 250 anni degli Stati Uniti ci sia stato un reciproco rispetto tra Washington e Teheran nei confronti delle rispettive grandi occasioni che ha portato a rimandare ogni trattativa dopo il cessate il fuoco. E del resto si potrebbe anche sottolineare che dentro gli apparati americani l’approccio da tenere verso l’Iran resta dibattuto, mentre nel frattempo dalla Repubblica Islamica arrivano importanti messaggi circa le capacità diplomatiche di Teheran.
Il 3 luglio oltre 100 delegazioni ufficiali hanno sfilato alla Grande Moschea di Teheran per rendere omaggio alla Guida Suprema e alcune di esse hanno permesso di leggere un mutato quadro diplomatico. La Russia ha presentato una delegazione guidata da Dmitri Mevedev, che prima ancora che come vicepresidente del Consiglio di Sicurezza Nazionale ha portato le credenziali di ex capo di Stato e di governo, mentre la Cina ha schierato il vicepresidente del parlamento He Wei. Figure di peso per ribadire l’importanza dell’Iran nell’architettura di sicurezza delle due nazioni dei Brics. Al contempo, il triangolo costituito da Pakistan, Arabia Saudita e Turchia ha sfruttato l’occasione per mandare un messaggio politico distensivo verso la Repubblica Islamica.
Turchia, Pakistan, Arabia Saudita: tre delegazioni di peso
Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha inviato il suo vice Cevdet Yilmaz, per il Pakistan sono arrivati i due grandi mediatori della tregua, il primo ministro Shehbaz Sharif e il capo delle forze armate Asim Munir, come a chiudere il cerchio per quanto concerne la fine della guerra. A sorpresa è arrivato a Teheran anche il viceministro degli Esteri saudita Waleed El Khereiji. Una presenza politica importante che vuole puntellare la diplomazia regionale contro ogni tentazione bellicista o di ripresa della guerra. La Turchia ha fatto di tutto per evitare la guerra scoppiata il 28 febbraio, l’Arabia Saudita, pur colpita dalla rappresaglia iraniana, ha tenuto il sangue freddo nel non far precipitare la situazione ampliando la sua risposta ai raid di Teheran, il Pakistan si è adoperato per farla finire.
Questa tripletta mostra come la volontà di dialogare con l’Iran e di aprire ponti di pace sia fondamentale per Ankara, Riad, Islamabad. Tre capitali che sono anche rappresentative di governi alleati e amici degli Usa a cui mandano un messaggio sulla nuova architettura securitaria della regione, che sembra tendere in direzione ben diversa da quella immaginata, invece, da Israele o dalla tentazione di un’espansione degli Accordi di Abramo in funzione antiraniana. La percezione è che di Teheran non si potrà fare a meno per definire l’ordine regionale di domani. E i funerali della Guida Suprema sono l’occasione per ribadire questa presa d’atto.
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