Le prove del presunto coinvolgimento di Fetullah Gulen nel tentato golpe sono contenute nel fascicolo di documenti inviato da Ankara alla Casa Bianca, martedì, in formato elettronico. Ad annunciarlo è il portavoce del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, Ibrahim Kalin, il quale ha continuato ad insistere sul fatto che il golpe sarebbe stato organizzato da una “cricca gulenista all’interno delle forze armate”.Per il portavoce del presidente turco, che nel frattempo è tornato ad Ankara dopo le turbolenze del fine settimana per presiedere le riunioni del Consiglio di sicurezza nazionale e del Consiglio dei ministri, il dissidente che da 15 anni vive negli Stati Uniti, “potrebbe essere facilmente estradato sulla sola base dei sospetti a suo carico”. Secondo il Wall Street Journal, però, nei documenti inviati alla Casa Bianca, ci sarebbero più che semplici sospetti. Ma una serie di prove che dovrebbero avvalorare le accuse mosse da Ankara nei confronti di Fetullah Gulen. Documenti che, ha detto il portavoce della Casa Bianca, Josh Earnest, “gli Stati Uniti stanno esaminando”. E che, per questo, non vengono ancora considerati da Washington come una “formale richiesta di estradizione conformemente al trattato con la Turchia”. Il portavoce del dipartimento di Stato, Mark Toner, si è infatti riservato di “caratterizzare” i documenti, finché gli Usa non arriveranno alla valutazione finale delle carte.L’estradizione di Gulen non dipenderà da ObamaFino a quel momento, il nemico numero uno di Erdogan, resterà, di fatto, sotto la protezione di Washington. “Gli Stati Uniti non sostengono le persone che cospirano per rovesciare governi democraticamente eletti”, ma, allo stesso modo, “le persone residenti negli Stati Uniti hanno diritto ad un giusto processo”, avrebbe detto, infatti Obama, nel corso di una telefonata intrattenuta martedì con il presidente turco. L’eventuale concessione dell’estradizione, avrebbe poi precisato Obama, tramite il portavoce della Casa Bianca, Earnest, dipenderà non da una decisione del presidente degli Stati Uniti, ma da una “decisione legale” presa sulle basi di un trattato legale tra Ankara e Washington.In Turchia continua il giro di vite sui presunti golpistiIntanto in Turchia continua la repressione verso tutti coloro che sono sospettati di aver partecipato al golpe e per chi, in tutti gli ambiti della società, è ritenuto vicino al movimento Hizmet, guidato dall’imam liberale in esilio volontario in Pennsylvania dal 1999. Sono 15.200, infatti, le persone licenziate dal ministero dell’Istruzione in tutto il Paese, 8.777 i funzionari rimossi dal ministero dell’Interno, assieme a 1.577 presidi universitari, 257 dipendenti della presidenza turca, 492 tra predicatori e rappresentanti del clero islamico, e circa 9 mila militari ed esponenti della magistratura e del clero, arrestati dalle autorità nelle ore successive al tentativo di colpo di Stato. In Turchia, insomma, è caccia aperta ai sostenitori dell’imam moderato. Una ondata di repressione che, accusano gli oppositori del governo di Erdogan, il presidente turco sta trasformando in una “caccia alle streghe” volta ad eliminare l’opposizione interna. E nella giornata di mercoledì nella rete del governo sono finiti pure 34 giornalisti, ai quali il direttorato per la Stampa ha ritirato il tesserino, sempre per presunti legami con la confraternita di Gulen. Riguardo la persecuzione dei presunti responsabili del golpe della notte del 15 luglio, il portavoce del Dipartimento di Stato americano ha affermato di “comprendere lo stress tremendo che il governo sta attraversando”.L’imam rispedisce le accuse al mittenteIntanto l’imam accusato di aver diretto da oltreoceano l’operazione contro Erdogan, ha chiesto a Washington di “non cedere alle richieste di Ankara” sull’estradizione e ha definito le accuse nei suoi confronti “ridicole”, continuando a negare qualsiasi coinvolgimento nel putsch di Ankara. Erdogan, secondo Gulen, vorrebbe, piuttosto, “abusare del processo di estradizione per mettere in atto vendette politiche”. Intanto, da Ankara si attende la fine della riunione del Consiglio di Sicurezza Nazionale, al termine della quale Erdogan aveva anticipato l’annuncio di una “decisione importante”.

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