La Turchia non molla la Libia. Nonostante le indicazioni pubbliche provenienti dall’amministrazione statunitense di un divario crescente tra Ankara e Washington, nel dietro le quinte le due amministrazioni continuano evidentemente a tessere la loro trama. E le notizie, riportate da InsideOver, di una sorta di placet Usa alle mosse turche in Libia, potrebbero essere a questo confermate dall’ultima mossa di Recep Tayyip Erdogan in Tripolitania, con l’invio di una delegazione di altissimo livello composta dal ministro della Difesa Hulusi Akar, dal ministro degli Esteri, Mevlut Cavusoglu, dal direttore dei servizi di intelligence turchi, Hakan Fidan e dal capo di Stato maggiore generale, Yasar Guler. In pratica, a Tripoli sono sbarcate le quattro personalità più importanti dopo Erdoğan per rappresentare la strategia turca nel Paese nordafricano.

Lo show di forza diplomatico

Lo show di forza diplomatico di Ankara è un avvertimento che non può essere sottovalutato. Dopo l’arrivo di Mario Draghi a Tripoli, lo scontro verbale con Erdogan e le affermazioni di comunanza di intenti con i leader Ue e con Joe Biden sul fronte libico, l’Italia sembrava essersi di nuovo (finalmente) decisa a imporre una sua strategia che provasse a scalfire l’influenza turca sull’area. Ma i proclami con cui è stata annunciata la “discesa” di Draghi nell’inferno della Libia hanno avuto una pronta risposta dal governo di Ankara, che in poche settimane ha non solo ricevuto il premier del Governo di unità nazionale, Abdulhamid Dabaiba, insieme a una folta delegazione di ministri e alti funzionari libici, ma ha anche mandato due volte a Tripoli il ministro della Difesa e ora anche il capo della diplomazia e i capi dei servizi e dello Stato maggiore.

Una scelta anche importante a livello propagandistico: l’isolamento di Erdogan dal punto di vista internazionale sembra non aver scalfito la strategia nordafricana di Ankara, confermando anche quelle trattative segrete con il Pentagono per assegnare proprio ai turchi il delicato compito di monitorare la presenza russa in Cirenaica e contenere l’avanzata della Wagner. Ipotesi che sarebbe anche certificata dal crescente dialogo tra Stati Uniti e Turchia sull’altro punto caldo del Mediterraneo allargato, il Mar Nero, dove la crisi tra Nato e Russia non accenna a diminuire e dove i rapporti tra Ucraina e governo turco si fanno sempre più solidi in vista di una potenziale escalation.

La grande sfida dal Sahel a Mediterraneo orientale

La questione diventa fondamentale soprattutto alla luce di quel duello che si sta consumando tra Mediterraneo orientale e Sahel e che coinvolge Turchia (e Qatar), Emirati Arabi Uniti, Francia, Grecia ed Egitto. La strategia di questo blocco è evidentemente quella di fare ogni sforzo per contenere il dinamismo turco. Tra esercitazioni e accordi strategici nel Mediterraneo orientale e missioni militari nel Sahel (area in cui il Ciad rischia di infiammare ulteriormente la tensione), il blocco anti turco ha intrapreso una netta virata per fronteggiare Ankara dall’Africa al Levante. E la Libia appare come il grande epicentro di questo scontro regionale che coinvolge un’area vastissima praticamente sovrapponibile al Mediterraneo allargato.

Francia, Egitto ed Emirati non vogliono che la caduta di Idriss Deby in Ciad possa dare il via a un’ulteriore penetrazione turca nel Sahel dopo gli accordi intavolati con il Niger. La Grecia, intanto, rafforza l’asse con Israele mentre prova a ritagliarsi un nuovo spazio in Cirenaica anche attraverso il nuovo governo di unità nazionale libico.

La Turchia risponde con l’apertura di una nuova base in Iraq, blindando i rapporti con la Libia e, intanto, cerca anche di consolidare i rapporti con gli Stati Uniti con il placet di un attore fin troppo dimenticato del Mediterraneo: il Regno Unito. Perché Londra, in questi giorni, sta assumendo nei confronti di Ankara una posizione molto meno dura sia per quanto riguarda Cipro che per quanto concerne proprio la questione ucraina.

L’avvertimento per l’Italia

Il complesso mosaico in cui si muove la Turchia e in cui si muovono le forze che vogliono fermare i piani di Ankara coinvolge inevitabilmente anche l’Italia. Le forze speciali italiane sono impegnate nelle aree del Sahel, dove si infiamma proprio il duello tra blocco antiturco e forze legate al governo di Ankara e ai petrodollari di Doha. Ma l’Italia è anche estremamente interessata proprio al problema Libia, dove agli accordi politici ed economici con il governo di Tripoli non corrisponde né un allentamento della presenza turca né un riavvicinamento della Cirenaica, tanto che è di poche ora fa la notizia di un gommone che ha messo in pericolo dei pescherecci italiani costringendo la fregata Alpino ad entrare in azione.

Roma sperava che da Washington arrivassero segnali decisi di una svolta: ma quanto pare tardano ad arrivare. Tanto che, per adesso, l’unico “premio” che arriva dagli Stati Uniti e un interessamento dell’Italia a guidare la “svolta verde”. Magra consolazione per chi ha un protettorato turco a pochi chilometri dalla Sicilia e un’agenda estera totalmente priva di esprimere una linea chiara. Il rischio non è solo di avere perso la Libia, ma di aver perso la Turchia come partner, di non avere alleati per fermarla (nemmeno in Nord Africa), allo stesso tempo, di rimanere invischiati in un duello regionale in cui chiunque potrebbe riuscire a strappare a Roma posizioni forza.

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