Negli ultimi anni, la Turchia ha vissuto una crescente tensione interna riguardante la gestione dell’immigrazione e il ruolo dei migranti nella società. Il presidente Erdogan ha contribuito a dividere la popolazione turca in due categorie distinte: i cosiddetti “Turchi bianchi”, appartenenti all’élite urbana e secolare, e i “Turchi bruni”, più poveri, meno istruiti e fortemente religiosi. Questo schema riflette non solo una frattura sociale, ma anche un’arma retorica che il Governo utilizza per consolidare il proprio potere, soffocando ogni critica.
Una delle principali controversie riguarda la gestione dell’immigrazione di massa, con stime ufficiali che variano ma che indicano la presenza di circa 15-17 milioni di migranti e rifugiati nel Paese, tra cui siriani, afghani, pachistani e africani. Questo afflusso ha avuto un impatto significativo sulla vita quotidiana dei cittadini turchi, contribuendo all’aumento della criminalità, all’inflazione e al peggioramento della qualità dei servizi pubblici. Le città turche, in particolare Istanbul, hanno visto un aumento vertiginoso dei prezzi degli affitti, rendendo sempre più difficile per i cittadini locali trovare un alloggio a prezzi accessibili. La popolazione turca si trova a far fronte a una crisi abitativa in cui, a fronte della stagnazione dei salari, il costo della vita continua a crescere.
Oltre agli effetti economici e sociali, vi è una crescente preoccupazione per la sicurezza nazionale. Le frontiere turche, storicamente ben protette, sembrano ora vulnerabili a un’immigrazione di massa che coinvolge persone provenienti dall’Afghanistan, dall’Iran e da altre parti del mondo. Le accuse secondo cui i migranti non solo attraversano liberamente le frontiere, ma in molti casi possono anche essere legati a operazioni militari private come quelle gestite dalla compagnia SADAT, alimentano timori e sospetti tra la popolazione. SADAT, società militare privata con forti legami con il governo turco, è sospettata di avere un ruolo nell’addestramento di milizie straniere, in particolare afghane, sul suolo turco. L’apparizione di gruppi di afghani in uniforme militare nelle strade di Istanbul ha sollevato ulteriori interrogativi sulla loro presenza e sui possibili legami con operazioni clandestine.
La gestione di questa vasta popolazione di migranti ha inoltre sollevato critiche anche a livello internazionale. L’Unione Europea, che fornisce ingenti finanziamenti alla Turchia per la gestione dei rifugiati, è sempre più preoccupata che Ankara stia usando la questione migratoria come leva politica, minacciando di aprire le frontiere verso l’Europa se le sue richieste non verranno soddisfatte. Il malcontento interno è evidente, ma la popolazione turca, pur soffrendo le conseguenze di queste politiche, non osa protestare apertamente a causa del clima repressivo creato dal Governo.
Le critiche al regime di Erdogan vengono spesso etichettate come attacchi all’Islam, in particolare quando riguardano la gestione dei rifugiati arabi. Il Governo ha inoltre sfruttato il legame religioso tra i migranti e la popolazione locale più religiosa per proteggere le proprie scelte politiche, facendo leva sui sentimenti religiosi e nazionalisti dei suoi elettori principali, i “Turchi bruni”. La crescente influenza di questi gruppi ha rafforzato il controllo di Erdogan sul Paese, limitando la libertà di espressione e la possibilità di un dibattito aperto sulle questioni cruciali che la Turchia deve affrontare.

