Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
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Mesi burrascosi per Tunisi: la strada per un nuovo governo sembra davvero in salita. Il capo del governo designato, Elyes Fakhfakh, ha proposto un nuovo gabinetto sabato scorso. La formazione proposta dovrà essere approvata dal parlamento, ora profondamente frammentato, o ci saranno nuove elezioni. Ma con i partiti più grandi o contrari alla sua coalizione o non entusiasti della sua composizione, Fakhfakh potrebbe avere difficoltà a ottenere la maggioranza parlamentare necessaria per qualsiasi programma politico significativo.

Il ritiro di Ennahda e la nuova squadra di governo

Il 24 gennaio, il Fakhfakh aveva annunciato che dieci partiti politici avevano espresso la volontà di partecipare al prossimo governo. I partiti in questione erano Ennahda, la Corrente democratica (22 deputati), i rivoluzionari della Dignity Coalition (18 deputati), il Movimento popolare (15 deputati), Tahya Tounes (14 deputati), Machrouu Tounes (4 deputati), la Republican People’s Union (due deputati), Nidaa Tounes (tre deputati), Tunisian Alternative (tre deputati) e Afek Tounes (due deputati). Fakhfakh aveva anche aggiunto che il partito Heart of Tunisia e il Partito Destouriano libero (costituzional- liberale / 17 deputati) sarebbero stati fuori dall’alleanza del governo, sottolineando che: “Non esiste democrazia senza una vera opposizione”.

Il partito di ispirazione islamica Ennahdha, con 53 seggi, aveva in precedenza affermato che avrebbe compartecipato ad un governo di unità nazionale rappresentativo di tutto lo spettro politico tunisino. Il movimento, però, ha ritirato il proprio appoggio a Fakhfakh: l’annuncio è arrivato dal presidente del Consiglio della Shura, Abdelkarim Harouni, nel corso di una conferenza stampa a Tunisi. Diviene così improbabile che il nuovo esecutivo possa ottenere la fiducia dell’Assemblea dei rappresentanti del popolo (Arp), il parlamento monocamerale nazionale. Fakhfakh sabato ha presentato ai partiti e ai gruppi parlamentari la composizione finale della sua squadra di governo: ai dicasteri fondamentali troviamo Nizar Yaich alle Finanze, Nourredine Erray ministro degli Esteri e Imed Hazgui come ministro della Difesa. Alla riunione hanno preso parte i rappresentanti di Ennahda, della Corrente democratica, del Movimento del popolo, del partito Tahya Tounes e del blocco di Riforma nazionale. Fakhfakh ha incontrato anche i delegati della coalizione islamista Al Khafama e di Al Moustakbal, ma non i leader del partito politico Qalb Tounes, seconda forza politica del paese, né quelli del Partito desturiano libero (Pdl).

Il successivo via libera di Ennahda al governo Fakhfakh

La svolta è arrivata il 20 febbraio. Ennhada ha accettato il nuovo esecutivo. Tunisi supera, dunque, l’impasse politico che nelle ultime settimane aveva fatto temere il ricorso a nuove elezioni. Il nuovo gabinetto adesso marcia compatto verso l’esame finale del 26 febbraio prossimo, quando dovrà ottenere la fiducia del parlamento: saranno necessari 109 voti, ovvero la maggioranza assoluta per confermare l’esecutivo. È’ stato proprio il timore di ricorrere nuovamente alle urne che ha inciso nel cambio di rotta del movimento islamico moderato: una questione di responsabilità istituzionale che ha voluto risparmiare ai cittadini tunisini il rischio di tornare a votare in un momento in cui il Maghreb e il Medio Oriente sono scossi da crisi e conflitti. Ma è anche l’urgenza di riforme economiche efficaci, in grado di arginare il detrimento delle finanze dello Stato, che ha indotto la dirigenza di Ennahda ad optare per un operazione di riconciliazione nazionale. Resterà all’opposizione Qalb Tounes, il partito guidato dal filantropo Nabil Karoui, la cui partecipazione al governo di unità nazionale era stata posta come condizione proprio da Ennahda. Nel nuovo esecutivo Ennahda ottiene bene sette dicasteri: Trasporti, Collettività locali, Agricoltura, Equipaggiamento, Salute, Insegnamento superiore, Gioventù e sport.

Stabilità a rischio e fragilità economica

A differenza delle altre primavere arabe cadute in disgrazia, il caso algerino presentava e presenta numerose eccezioni. Il paese ha mantenuto in piedi un sistema democratico ed è riuscito a tenere elezioni libere ed eque. A seguito delle cosiddette primavere arabe la maggior parte dei paesi coinvolti è precipitata in un inferno fatto di dispute, conflitti e guerre civili. Tuttavia, l’economia tunisina rimane molto fragile con una spesa pubblica in costante aumento ed una bilancia commerciale in procinto di crollare.

I numeri parlano chiaro: nel 2018, il deficit commerciale della Tunisia ha raggiunto un record di 19,04 miliardi di dinari, rispetto a 15,59 miliardi di dinari nel 2017 e 12,6 miliardi di dinari nel 2016, secondo i dati pubblicati dal National Institute of Statistics. Inoltre, le importazioni della Tunisia sono diminuite del 20% nel 2018, rispetto al 19,8% nel 2017, raggiungendo un valore totale di circa 60 miliardi di dinari, rispetto a circa 50 miliardi di dinari nel 2017. L’economia tunisina non è in buone condizioni e presenta una serie di sfide chiave da affrontare. L’elevata disoccupazione, le richieste insoddisfatte di giustizia sociale, l’aumento della corruzione e un’insostenibile traiettoria macroeconomica, minacciano tutti i recenti progressi politici.

Il nuovo governo, quando vedrà la luce, dovrà occuparsi di risanare i conti pubblici, riequilibrare i tassi di occupazione, fermare il dilagare di attività economiche illegali come il contrabbando, potenziare gli investimenti, riabilitare settori strategici come la produzione di fosfati e gas che hanno subito uno shock dopo la rivoluzione.

Quel che resta dei gelsomini

L’impasse politico attuale può essere interpretato in due modi di segno opposto: potrebbe essere il segno di una maturazione democratica, dove lo scontro parlamentare viaggia lungo le dicotomie fiducia/sfiducia, maggioranza/opposizione oppure può essere percepito come segno di un caos che precede la tempesta. Ma davvero tornare alle urne può generare una minaccia per Tunisi? La transizione avviatasi dopo le proteste del 2010/2011, aveva dato vita ad un delicato momento di riforme frutto di un compromesso tra le principali forze politiche, sindacali, esponenti della società civile e delle organizzazioni. Un successo annunciato, quello che portò a una partecipazione elettorale che sfiorò il 90%, sancendo la vittoria proprio di Ennahda ma anche dei laici del Congresso per la Repubblica, guidati da Moncef Marzouki. Alla ricetta tunisina si è aggiunta una scolarizzazione che sfiora percentuali altissime, che ha reso obbligatori i primi nove anni di istruzione, e un movimento femminista combattivo fin dagli anni Cinquanta. I giovani tunisini sono impregnati oggi di questi buoni ingredienti che preservano anche quando scendono in piazza, qui dove politica laica e quella islamista hanno creato una mescola fertile che ha creato i presupposti per la tenuta democratica del Paese, almeno fino ad oggi.

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