Ancora un gesto plateale, ancora il centro-sud del Paese, ancora proteste per una condizione economica tutt’altro che dignitosa: la Tunisia in questi giorni rivive quanto accaduto esattamente otto anni fa.

In quell’occasione, presso il governatorato di Sidi Bouzid, un giovane commerciante del luogo si dà fuoco per protestare contro una situazione di profondo disagio e malessere economico e sociale. Quel ragazzo si chiamava Mohamed Bouazizi, dopo il suo gesto l’intera Tunisia scende in piazza in segno di solidarietà.

A seguito dei primi scontri a Sidi Bouzid, arrivano le barricate in un’altra città del centro del paese: Kasserine, non lontano dal confine con l’Algeria. Quello che accade in quelle settimane è storia nota: si avvia la cosiddetta “rivoluzione dei gelsomini”, al culmine della quale si rovescia il governo di Ben Alì. E nei giorni scorsi un altro ragazzo, proprio a Kasserine, attua la stessa disperata protesta di Mohamed Bouazizi: si cosparge di benzina e si dà fuoco in piazza.

Il gesto di disperazione di Abderrazek Rezgui 

Questa volta ad immolarsi è un giovane di appena 32 anni. Si chiamava Abderrazek Rezgui, le ferite per le ustioni provocate dopo aver azionato la miccia del suo accendino su vestiti cosparsi di benzina risultano fatali. C’è una differenza di non poco conto con il caso di Bouazizi: Abderrazek era giornalista, sapeva come rendere ancor più plateale il suo gesto. Ed infatti, prima di morire, lascia un video che sa di testamento: “Occorre una nuova rivoluzione, parlo per tutti quelli che non hanno da mangiare”. Questa volta la sua telecamera, che tante volte ha usato per il suo lavoro, viene girata verso di sé mentre sta per compiere un estremo gesto di disperazione.

Il tutto accade alla vigilia di Natale, forse la vicinanza con l’ottavo anniversario dall’inizio della rivolta dei gelsomini non è casuale. Ed il gesto di Abderrazek Rezgui sconvolge nuovamente la Tunisia. Se nel 2010 i primi moti avvengono per passaparola, dopo che da Sidi Bouzid arrivano notizie sul gesto di Mohamed Bouazizi, adesso invece tutto è ben visibile e tragicamente plateale.

Nel giro di poche ore, migliaia di tunisini riescono a vedere fino a che punto la disperazione di un ragazzo, disilluso da una situazione che non ha portato il tanto atteso cambiamento, arriva a manifestarsi. Abderrazek Rezgui nel 2010 ha solo 24 anni, è tra i tanti giovani che in quelle settimane sfilano nelle principali città tunisine per chiedere un cambiamento della situazione. A cambiare, da allora, è solo il governo.

Via Ben Alì, dentro un’apparente democrazia multipartitica: ma la disoccupazione, la mancanza di lavoro, l’ineguaglianza sociale, l’insofferenza dei cittadini sono sempre lì, sono forse elementi anche più accentuati di prima. Ed oggi la Tunisia si rivede nel tragico video del suicidio del giovane giornalista che, a 32 anni, si è sentito come tradito da quel contesto politico che lui stesso ha cercato di cambiare.

La situazione in Tunisia

Dopo la diffusione del video di Abderrazek Rezgui, le proteste iniziano a diffondersi non solo a Kesserine, ma anche in tutto il paese. Vengono segnalati scontri nei governatorati centro – meridionali della Tunisia, così come nella stessa Tunisi dove alcuni attivisti sfilano in Avenue Bourghiba due giorni dopo la morte del giornalista di Kesserine. Proprio il sindacato dei giornalisti proclama per il prossimo 14 gennaio lo sciopero generale della categoria. Una giornata non casuale: quel giorno infatti saranno otto anni esatti dalle dimissioni di Bel Alì. Un modo per ribadire come, da allora, molto è cambiato nella forma ma non nella sostanza. Ed adesso monta la tensione: i media locali riportano di un importante dispiegamento delle forze di Polizia e sicurezza soprattutto nel sud del paese. Si temono, soprattutto, dimostrazioni e scontri in grado di incendiare la Tunisia proprio come otto anni fa.

Ma è ancora presto per parlare di possibile rivolta, sulla scia di quella che tra il 2010 ed il 2011 riesce poi ad innescare la cosiddetta “primavera araba”. La Tunisia in questi otto anni è tutt’altro che pacificata. La guerra in Siria e l’instabilità nella vicina Libia fanno spegnere i riflettori su Tunisi, ma la situazione non è mai stata del tutto sotto controllo dalla cacciata di Ben Alì. Più volte il paese, in questi ultimi periodi, torna in piazza.

La disillusione verso la rivolta di otto anni fa e l’insofferenza verso l’attuale classe politica sono ben manifestati nell’emigrazione di tanti giovani all’estero, nella presenza di tanti jihadisti tunisini nelle fila dell’Isis e tra i foreign fighters. Già nei giorni scorsi proprio sul nostro sito ci si è occupati della rabbia e dell’insofferenza che monta in tutta la Tunisia, come testimoniato da un sondaggio che rivela come, alle prossime elezioni, soltanto il 42% degli elettori andrebbero a votare. In quell’occasione spicca anche l’avanzata di Ennadha, il partito legato alla fratellanza musulmana. In poche parole, le proteste di questi giorni né sorprendono e né sono una novità nella Tunisia post Ben Alì.

Ma questa volta ci sono alcuni elementi che potrebbero indicare una più accentuata destabilizzazione del paese: in primis, la sopra citata disillusione, con il video del giornalista suicidatosi quasi in diretta che potrebbe fare da vero e proprio detonatore. In secondo luogo, la vicinanza delle elezioni previste proprio per il 2019. Due fattori questi, che potrebbero far propendere sempre più tunisini nel riprovare nuovamente la via della piazza per manifestare il proprio malessere.

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