Anis Amri, 24 anni, tunisino. Appartiene a questo giovane originario di Tataouine, 430 kilometri a sud di Tunisi, il documento ritrovato sotto il sedile del tir che lunedì sera, attorno alle 20, è piombato sul mercatino di Breitscheidplatz, nel centro di Berlino, uccidendo 12 persone e ferendone altre 48. Già arrestato per “reati gravi”, Amri è considerato dalla polizia tedesca un sostenitore dell’Isis, addestrato all’estero all’utilizzo delle armi. Sul profilo Facebook del giovane, che ora è ricercato in tutta Europa, compaiono apprezzamenti verso Ansar al Sharia, il gruppo jihadista tunisino, attivo dal 2011, che partecipò all’attentato di Susa, nel giugno del 2015. Da Susa, agli attentati di Parigi, passando per la strage di Nizza, fino all’attentato che lunedì scorso ha sconvolto la capitale tedesca, il fil rouge che collega i principali attentati terroristici che hanno sconvolto l’Europa è quello del jihadismo tunisino. Un fenomeno in continua crescita che secondo molti analisti rappresenta una sfida alla sicurezza di tutti i Paesi occidentali.I jihadisti tunisini dietro le stragi in EuropaNon solo Anis Amri. Anche Mohamed Lahouaiej Bouhlel, l’uomo che lo scorso 14 luglio si lanciò con un camion bianco sulla folla radunata sulla Promenade des Anglais, a Nizza, massacrando 86 persone, era di origini tunisine, pur essendo cittadino francese. Come Bouhlel, era tunisino anche Saifuddin Rizki, il jihadista addestrato dall’Isis a Sabrata, in Libia, che il 26 giugno del 2015 uccise 38 turisti sulla spiaggia di Susa. Prima ancora, a marzo del 2015, ad essere colpito, a Tunisi, era stato il Museo del Bardo. Morirono 24 persone, tra cui 21 turisti che stavano visitando il museo. Anche dietro gli attentati di Parigi, quello del gennaio 2015 a Charlie Hebdo e quelli del 13 novembre dello stesso anno al Bataclan e allo Stade de France, ci sarebbe un jihadista tunisino, Boubaker al-Hakim, 33 anni, membro dello Stato Islamico, considerata la mente degli attacchi. Al Hakim, che è morto in un raid statunitense il 26 novembre scorso a Raqqa, in Siria, sarebbe anche l’ideatore della strage di Susa.Tunisia fucina di jihadisti per l’IsisLa “rivoluzione dei gelsomini” del 2011 non è riuscita a salvare i giovani dall’emarginazione e dal radicalismo. Dopo la caduta di Ben Ali, infatti, il jihadismo salafita ha trovato terreno fertile in Tunisia, a causa dell’indebolimento del controllo nella sfera religiosa e allo scarsa attenzione allo sviluppo economico e della società. E ora, a distanza di cinque anni dalla “primavera araba” tunisina, il Paese deve fare i conti con una nuova generazione di jihadisti, cresciuta e radicalizzatasi nei sobborghi delle principali città del Paese. La maggior parte dei miliziani dell’Isis che combattono in Siria, Iraq e Libia, infatti, sono tunisini. Sono oltre 4mila, secondo i dati diffusi dalle Nazioni Unite, i jihadisti partiti dalla Tunisia per andare a combattere in Siria e in Iraq. E sono più di mille i mujahiddin tunisini che combattono nelle file dell’Isis in Libia. Proprio da Susa, secondo un’inchiesta di Al Jazeera, proviene il maggior numero di jihadisti. Dai sobborghi della città costiera sarebbero partiti per la Siria e l’Iraq oltre un migliaio di giovani combattenti, radicalizzatisi nelle moschee dei quartieri periferici.L’incubo jihadisti di ritornoNel 2015 circa 600 foreign fighter hanno fatto ritorno nel Paese. Ma non tutti sono stati arrestati. Al contrario, le autorità tunisine non sembrano in grado di gestire il fenomeno. Molti dei jihadisti tornati in patria sarebbero, infatti, riusciti ad evitare le misure restrittive ed avrebbero “preso parte ad azioni terroristiche in patria e all’estero”, secondo quanto afferma Hadi Yahmed, ricercatore esperto di gruppi islamici, citato dall’Adnkronos. Uno scenario sempre più preoccupante per la sicurezza interna del Paese, e per quella europea.

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