La Tunisia si conferma apripista dei diritti delle donne nel mondo arabo con la nomina di Najla Bouden Romdhane a capo del “governo del presidente” Kais Saied. Professoressa di geologia presso la Scuola Nazionale degli Ingegneri della capitale Tunisi, classe 1963, la Bouden Romdhane si è detta “onorata” di essere “la prima donna a svolgere l’incarico di capo del governo” nel Paese nordafricano e nel mondo arabo. “Lavorerò per formare un governo coerente, allo scopo di affrontare le difficoltà economiche che il Paese attraversa”, ha scritto la Bouden su Twitter. “Questo è un momento storico, un onore per la Tunisia e un tributo alle donne tunisine”, ha dichiarato da parte sua il presidente “Robocop” Saied, apparso impacciato e non proprio a suo agio nel video pubblicato dal Palazzo di Cartagine.

La nomina è stata accolta favorevolmente dalla stampa tunisina, al punto che qualche testata ha azzardato improbabili paragoni con Angela Merkel. Ma il curriculum della Bouden è privo di qualsiasi esperienza governativa e, soprattutto, quasi digiuno di temi economici. E la Tunisia è sull’orlo di una gravissima crisi economica: senza un salvataggio del Fondo monetario internazionale o delle petromonarchie del Golfo, il Paese nordafricano rischia di fallire.

Perché Najla Bouden Romdhane

Bouden è coetanea del presidente Saied e di sua moglie Ichraf Saied. Quest’ultima è uno stimato giudice originario di un’importante famiglia di Teboulba, città a cavallo tra Monastir e Sousse, una regione politicamente rilevante in Tunisia perché ha dato i natali a Habib Bourghiba e Zine El-Abidine Ben Ali. Secondo alcuni rumor, la neopremier sarebbe un’amica della first lady. La scelta di nominare la Bouden, ad ogni modo, rappresenta una mossa apparentemente vincente per Saied dopo alcune scelte discutibili. Da tempo l’Occidente chiedeva al capo dello Stato nordafricano di nominare un nuovo primo ministro e di ripristinare i lavori del parlamento.

Saied si è preso ben due mesi di tempo, dopo il “golpe morbido” attuato il 25 luglio scorso, per acconsentire quantomeno alla prima richiesta, ma solo dopo aver di fatto instaurato una Repubblica semi-presidenziale. “Ovviamente non sarà un governo indipendente, ma un governo del presidente. Basti pensare che dopo il decreto del 22 settembre, sarà il capo dello Stato a presiedere il Consiglio dei ministri quando vuole”, commenta ad Agenzia Nova il giornalista Soufiane Ben Farhat. Un altro aspetto, non secondario, è che le attività del parlamento – dove il partito islamita Ennahda ha la maggioranza relativa – restano sospese a tempo indeterminato. Il nuovo governo, peraltro, resterà in carica fino alla fine delle misure emergenziali: vale a dire fino a che il presidente Saied lo riterrà necessario.

Una colpo di teatro?

La nomina della “Merkel tunisina” ha messo a tacere, almeno per ora, le rimostranze della Comunità internazionale. La decisone del presidente appare inoltre come un colpo di teatro per nascondere manovre elettorali. Secondo gli ultimi sondaggi, l’unica forza politica in grado di tenere testa alla popolarità di Saied è il Partito dei costituzionalisti liberi di Abir Moussi. Dopo aver inizialmente appoggiato il colpo di mano di Saied, la politica reazionaria tunisina ha deciso di passare all’opposizione a seguito del decreto presidenziale del 22 settembre, che di fatto consente al presidente di riscrivere la Costituzione e di governare per decreto sine die.

La Moussi si è detta orgogliosa della nomina di una premier donna, ma sa perfettamente che Najla Bouden potrebbe fargli ombra nell’affollata arena politica tunisina. Ma anche il capo dello Stato rischia qualcosa. Se la Tunisia non risolverà quanto prima i suoi gravi problemi economici (disoccupazione vicina al 20 per cento, stagione turistica inesistente, disparità tra regioni costiere ed entroterra, aumento dei prezzi del petrolio) i tunisini se la prenderanno con lui, non con la sua inesperta premier. E se la Tunisia affonda, le prime conseguenze della crisi si sentiranno in Italia con un nuovo, probabile flusso di migranti.

Rischi per l’economia

L’agenzia Fitch Ratings ha recentemente declassato la Tunisia a “B-” con outlook negativo, citando il mancato accordo su un nuovo programma di finanziamento con l’Fmi. Fitch ha affermato che la decisione del presidente di sospendere il parlamento e licenziare il primo ministro Hichem Mechichi “potrebbe aggiungere ulteriori ritardi al programma dell’Fmi che potrebbe aiutare le finanze del paese”.

Secondo l’ultimo Focus Mediterraneo allargato dell’Ispi, la Tunisia sembra aver raggiunto un nuovo potenziale punto di rottura. “In una società duramente provata dalla pandemia e sfibrata da un sistema economico da anni ormai non più in grado di rispondere ai bisogni della popolazione, la decisione del presidente tunisino Saied apre scenari politici inediti per il Paese”, avvertono gli esperti del think tank italiano. “Nonostante il presidente sembri godere dell’appoggio della maggioranza dei tunisini, secondo diversi osservatori Saied non avrebbe ancora avviato alcun processo politico per affrontare le più profonde problematiche socioeconomiche del paese”, conclude Ispi.