La Tunisia rischia di fare un salto indietro improvviso di dieci anni. La “culla della Primavera araba”, l’esempio di democrazia nel mondo arabo, la “perla rara del Mediterraneo” (come è stata definita da più di un ministro degli Esteri dell’Italia) è impantanata in una profondissima crisi politica, economica, sociale e sanitaria. Il presidente della Repubblica, l’inflessibile Kais “Robocop” Saied, si rifiuta di convocare il giuramento dei ministri del nuovo governo sospettati di corruzione: lo stallo istituzionale rischia di portare allo scioglimento dell’Assemblea dei rappresentanti del popolo (Arp) e alle elezioni anticipate. Se domani si votasse stravincerebbe Abir Moussi, la leader del Partito destouriano libero (Pdl) che si rifà apertamente al passato regime di Zine el Abdine Ben Ali. I sondaggi, infatti, dicono quello che non si può dire nei salotti buoni della diplomazia internazionale: la rivoluzione dei gelsomini e più in generale l’Islam politico hanno fallito miseramente e la popolazione tunisina ha nostalgia del vecchio regime.

Il declino di una rivoluzione

Tra la gente prevale un sentimento di stanchezza, rabbia e disillusione per una rivoluzione che doveva cambiare tutto e che ha cambiato ben poco. I dieci anni al potere del partito islamico Ennahda non hanno evidentemente prodotto i frutti sperati. Anzi, l’impressione è che l’Islam politico abbia favorito a un sistema clientelare anziché meritocratico. Vale la pena ricordare che era proprio contro quel sistema corrotto che si era sollevata la popolazione nel 2010. L’ostinata inflessibilità del potente sindacato Ugtt, da parte sua, ha bloccato la filiera produttiva e frenato la crescita economica. Gli industriali hanno inseguito progetti-chimera poi svaniti nel nulla, come la fantomatica Conferenza 2020 tutto fumo e niente arrosto. Nel Sud del Paese le organizzazioni criminali sono una sorta di “Stato nello Stato”: contrabbandare un carico di benzina dalla Libia, dove la benzina costa meno dell’acqua, può evidentemente fornire molto denaro e potere. La situazione migliora poco lungo la “ricca” fascia costiera dove gli hotel sono vuoti, le spiagge deserte e la pandemia di Covid-19 ha stroncato il lavoro stagionale.

L’ascesa della “pasionaria”

E’ in questo contesto che si inserisce l’ascesa della “pasionaria” Moussi. Classe 1975, giunta ai vertici del Raggruppamento costituzionale democratico (Rcd, il partito di Ben Ali) poche settimane prima della caduta del regime, questa avvocato di 45 anni ha raccolto l’eredità del defunto rais divenendo leader indiscussa del Partito destouriano libero. Il suo messaggio è semplice quanto brutale: chiu­de­re del tut­to con l’I­slam po­li­ti­co e contrapporgli un apparato statale forte. Cavalcando la frustrazione di giovani e meno giovani, il partito della “donna forte” della Tunisia guida i sondaggi di opinione con il 41 per cento delle intenzioni di voto (+3 per cento in un mese), molto più avanti del partito Ennahda affiliato alla Fratellanza musulmana, sceso al 19 per cento dal 20 per cento (-1 per cento in un mese), secondo la rilevazione statistica condotta dall’istituto Emrhod Consulting tra il 25 e il 27 gennaio 2021. Se si dovesse eleggere domani il presidente della Repubblica tunisina, stando al sondaggio, Saied risulterebbe vincitore al primo turno con il 39 per cento dei voti potenziali voti, ma andrebbe al ballottaggio proprio con la Moussi, seconda con il 16 per cento delle intenzioni di voto.

E l’Italia?

In Italia, chissà perché, quanto accade in questa piccola nazione araba poco interessa. A parte qualche diplomatico della Farnesina e funzionario del ministero dell’Interno, le autorità italiane sono all’oscuro delle complesse dinamiche in corso in Tunisia: l’importante è che non arrivino i migranti, per il resto sono affari loro. In effetti, i flussi migratori illegali dalla Tunisia sono aumentati del +385 per cento nel 2020 anno su anno (da 2.654 a 12.883 ingressi illegali via mare). Eppure basta aprire Google Maps per vedere che Tunisi è più a nord di Pozzallo, il porto siciliano dove sbarcano i migranti, e che Biserta, la città più settentrionale d’Africa, si trova sulla stessa longitudine di Agrigento: se la casa del vostro vicino andasse a fuoco, voi non vi preoccupereste? Sarebbe forse opportuno sottoporre il dossier all’attenzione del presidente del Consiglio, Mario Draghi, per spiegargli che aiutare la Tunisia nella sua fase di più buia genererebbe senz’altro un “credito buono” a favore dell’Italia.

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