E adesso che cosa succederà a Taiwan? Se lo chiedono tutti: i commentatori internazionali, Pechino, il Congresso statunitense e pure Taipei. L’incontro tra Xi Jinping e Donald Trump ha acceso i riflettori sul futuro dell’isola, visto che il leader cinese ha fatto capire per l’ennesima volta di considerare il dossier della riunificazione in cima alla propria agenda, e che l’inquilino della Casa Bianca ha lasciato intendere che potrebbe mollare la presa sul tema accontentando il Dragone.
“Non voglio che qualcuno si attivi in modo indipendente e che percorriamo 9.500 miglia per combattere una guerra. Non è questo che cerco”, ha dichiarato Trump a Fox News nel corso del suo viaggio in Cina. “Se guardi la storia, Taiwan si è sviluppata perché avevamo presidenti che non sapevano un accidenti di quello che stavano facendo. Ci hanno rubato l’industria dei chip“, ha quindi tuonato lo stesso presidente statunitense durante la stessa intervista.
Parole chiare, precise, emblematiche che si aggiungono a un altro grande tema: quello della vendita di armi americane al governo taiwanese. “Prenderò io le decisioni. Potrei farlo. Potrei non farlo”, ha precisato ancora Trump.
La preoccupazione di Taiwan
Se alla fine dello scorso anno l’amministrazione Trump ha approvato un pacchetto di vendita di armi a Taiwan dal valore di 11 miliardi di dollari, e a gennaio i legislatori statunitensi ne hanno approvato un altro da 14 miliardi, adesso questo rubinetto potrebbe chiudersi per volere di Trump.
“Tengo in sospeso questa decisione. Dipende dalla Cina. Francamente, è un’ottima carta da giocare nei negoziati per noi”, ha detto The Donald ai giornalisti a bordo dell’Air Force One di ritorno da Pechino, spiegando che prenderà una decisione “entro un periodo di tempo piuttosto breve” e dopo aver parlato “con la persona che governa Taiwan”. Il riferimento, non esplicito, è a William Lai, molto preoccupato per l’evolversi della situazione.
Piccolo recap: gli Stati Uniti mantengono da anni una politica di ambiguità strategica in merito alla possibilità di intervenire in aiuto di Taiwan in caso di attacco cinese, riservandosi il diritto all’uso della forza ma senza mai dichiarare esplicitamente se interverranno effettivamente. Sul fronte opposto, il Dragone continua a respingere ogni ingerenza di Washington nella questione taiwanese considerando l’isola parte integrante del proprio territorio.
Hsiao Kuang Wei, portavoce del ministero degli Esteri di Taipei, ha ripreso le dichiarazioni di alcuni alti funzionari statunitensi, tra cui il Segretario di Stato, Marco Rubio, per i quali la politica degli Usa nei confronti di Taiwan “rimane invariata” e che la vendita di armi è regolamentata dalla legge statunitense vigente e “rappresenta una forma di deterrenza congiunta contro le minacce regionali”. “Taiwan apprezza il continuo sostegno del presidente Trump alla sicurezza nello Stretto di Taiwan sin dal suo primo mandato, e il pacchetto di vendita di armi annunciato più di recente ha raggiunto un valore record”, ha dichiarato Hsiao in un comunicato.
Che cosa potrebbe succedere?
La situazione è più o meno la seguente: Trump sembrerebbe, almeno dalle parole proferite, disposto a negoziare con Xi un allentamento della pressione statunitense su Taiwan; alcuni importanti membri del governo Usa, invece, auspicano che niente possa cambiare; Taipei, infine, teme di perdere lo scudo militare americano e di finire come merce di scambio sul tavolo delle trattative di Washington e Pechino.
Lai ha non a caso invocato lo status di Taiwan come fornitore globale di tecnologie avanzate come i semiconduttori, nel chiaro tentativo di respingere ogni intesa sull’asse Pechino-Washington. “Taiwan è un interesse globale fondamentale e qualsiasi atto che mini la pace e la stabilità nello Stretto di Taiwan non solo costituisce una palese provocazione contro le norme e l’ordine internazionali, ma avrà anche un impatto significativo sulla sicurezza indo-pacifica, sulle catene di approvvigionamento globali e sull’economia mondiale (l’isola produce circa il 90% dei chip più avanzati al mondo ndr)”, ha scritto il leader taiwanese su Facebook. Mentre Giappone e Filippine potrebbero difendere militarmente Taiwan qualora dovesse scoppiare un conflitto, la posizione degli Stati Uniti appare quanto mai in bilico.
E ancora, gli economisti di Goldman Sachs Andrew Tilton e Hui Shan hanno scritto in una nota che la loro “impressione è che Xi stia implicitamente offrendo a Trump una sorta di grande patto: se gli Stati Uniti riducono il sostegno retorico e militare a Taiwan e si astengono da nuove sanzioni, la Cina effettuerà acquisti di grande rilievo e si dimostrerà utile su altre priorità statunitensi”. Una di queste priorità, hanno scritto i due analisti, potrebbe essere una collaborazione con l’Iran per l’apertura dello Stretto di Hormuz.
Certo è che Trump si trova in mezzo a due fuochi. Ogni tentativo di bloccare la vendita di armi a Taipei scatenerebbe infatti la reazione bipartisan del Congresso statunitense, molto compatto quando si tratta di recare danno a Pechino. Ma se la Casa Bianca dovesse procedere allora Washington si troverebbe a fare i conti con l’ira di Xi.