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Se è vero quello che Matteo Renzi va affermando da un anno, cioè che la nostra economia sarebbe in piena anche se lenta ripresa, comunque all’orizzonte si staglierebbero cupissime due grandi minacce: il TTIP e la concessione dello status di market economy per la Repubblica Popolare Cinese.Il Transatlantic Trade and Investment Partenership è forse noto ai più per il recente scandalo legato alla fuga di documenti finiti nella mani di Greenpeace e pubblicati dalla stessa Ong.Il trattato si prefigge come obiettivo la creazione della più grande area mondiale di libero-scambio, costituita da USA e Canada, da un lato, dall’altro dai paesi dell’Unione Europea. Le questioni sollevate dal cosiddetto “TTIP-leaks” vanno dalla tutela dei consumatori alla sostenibilità ambientale.Gli USA, secondo le carte trafugate, starebbero facendo pressioni per rivedere al ribasso le garanzie che tutelano il consumatore nell’Unione Europea, soprattutto per quanto riguarda i prodotti alimentari e i tristemente noti organismi geneticamente modificati. La leva su cui premerebbero i negoziatori statunitensi sarebbe l’inversione di tendenza da parte degli stessi sulle facilitazioni per l’esportazioni automobilistiche europee su suolo americano. Un ricatto in piena regola. Se facilmente quindi si potrebbe parlare in questo caso di un danno alla tutela qualitativa dei prodotti presenti sul mercato europeo, da oriente sale un’ombra piuttosto quantitativa (mettendo da parte facili seppur verosimili ironie sulla qualità dei prodotti cinesi).Per poter comprende questa possibile minaccia alla nostra economia è però necessario fare un salto indietro nel passato. Nel 2001 la Cina è entrata a far parte della World Trade Organization (Organizzazione Mondiale del Commercio, erede del GATT, General Agreement on Tariffs and Trade), ente internazionale che mira ad una generale diminuzione, se non totale eliminazione, dei dazi doganali fra i paesi membri. Sostanzialmente, in ottica antimercantilistica e neoliberista, l’organizzazione favorirebbe un de facto unico mercato globale di scambio di merci e finanze.Come si ripercuote questo sulla nostra economia? Il tramite resta sempre e comunque l’Unione Europea.  La Cina, e parte della dottrina legale, invoca l’obbligo in capo agli stati parte del WTO di riconoscerle lo status di market economy (economia di mercato) allo scadere dei quindici anni dopo il suo ingresso nell’organizzazione.Ciò che ad alcuni potrebbe presentarsi come una semplice quisquilia economica sottende invece gravi minacce al nostro sistema. Un’economia di mercato è un sistema in cui si assume che i costi di produzione e prezzi dei beni si generino autonomamente a partire dalle specificità del mercato in questione, senza l’intervento dello stato. Il caso Cinese in questione risulta essere proprio l’inverso.Lo Stato da sempre sovralimenta con finanziamenti pubblici le aziende cinesi. Senza contare il minore costo del lavoro, tale a causa delle quasi nulle garanzie di cui gode un lavoratore cinese rispetto, ad esempio, ad uno europeo, risulta facilmente intuibile che un’impresa che gode di finanziamenti statali potrà offrire merci a prezzi inferiori in virtù del fatto che potrà coprire, mediante gli stessi finanziamenti, parte dei costi di produzione. Questo influisce sul prezzo, che perde la sua correlazione con i costi di produzione. I dazi doganali servono proprio per ovviare a questa dinamica (cd dumping). I dazi antidumping, aggiungendo un quid al prezzo delle merci in ingresso in un paese, fanno sì che una merce prodotta sottocosto, ad esempio in un paese asiatico che finanzia le proprie imprese, sia riequilibrata nel prezzo stesso alle merci prodotte all’interno del paese importatore, ad esempio un paese UE.Qui si arriva al dunque. Riconoscendo alla Cina lo status di market economy, la tigre asiatica godrebbe di un presupposto di innocenza riguardo al dumping e non sarebbe più possibile imporle dazi doganali correttivi del prezzo. Tutto questo nonostante attualmente le imprese cinesi non vedano i propri prezzi generati “naturalmente” dal mercato. I numeri parlano più di qualsiasi legge economica.L’Economic Policy Institute, con sede negli USA, ha previsto innanzitutto un danno per il PIL europeo nell’ordine dell’1-2% derivante dell’aumento dell’import dalla Cina. A seguito di questo aumento e della conseguente chiusura di imprese europee danneggiate, milioni sarebbero i posti di lavoro a rischio (fra i 2 e 3 milioni). Queste cifre sono state utilizzate da Washington per scoraggiare l’alleato europeo e farlo desistere dal concedere lo status di ME alla Cina, proprio in piene trattative per il TTIP. L’Europa sembra quindi stare nel bel mezzo di una forbice che sta per scattare. Forse solo l’antagonismo fra le due lame potrebbe impedire una vera e propria débâcle nel Vecchio Continente.

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