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L’America va al voto e tra Donald Trump e Kamala Harris il Paese si specchia e, inevitabilmente, non si riconosce. Si parla molto di polarizzazione politica, ma in questo voto presidenziale rissoso, conteso e che arriva apertissimo quanto, se non più, i due precedenti a predominare è la frammentazione degli States su linee di faglia sociali, economiche, identitarie. I cittadini dell’impero faticano a definire un canone comune. Si spaccano su cosa voglia dire essere americani, sui requisiti d’accesso all’El Dorado a stelle e strisce, su quale futuro debba avere la terra delle opportunità di cui a lungo si è parlato, dei perimetri dei diritti e dei doveri associati alla versione moderna del Civis Romanus sum.



Spesso si parla degli Stati Uniti come versione moderna della Roma imperiale. Il politologo Edward Luttwak vi ha scritto, a riguardo, un libro, La grande strategia dell’Impero romano, che parlando dell’Urbe dei Cesari parla in realtà dell’America contemporanea e della sua corsa all’egemonia. L’America, pardon Roma, prosperò quando seppe trovare concordia politica interna, definizioni chiare di leadership fondate su proiezione militare e egemonia culturale, strutturazioni di rapporti chiari con alleati e clientes, una classe dirigente coesa nel definire la visione di fondo dell’interesse collettivo. Declinò, invece, quando la polarizzazione interna prese il sopravvento e l’Impero si spaccò su linee di faglia sempre più profonde, tra anarchie militari e annacquamento dell’identità romana.

L’Impero americano tra Marco Aurelio e Commodo

L’Impero americano che l’anziano Joe Biden lascerà al suo successore si trova, insomma, nella soglia tra Marco Aurelio e Commodo. Tra stabilità e disordine interno. Tra caos e prospettive di rilancio. C’è una grande dissonanza cognitiva nell’America che sceglie oggi il suo nuovo comandante in capo: l’economia performa bene, l’innovazione avanza, l’occupazione è in salute, i rivali degli States non riescono a pareggiare militarmente (Russia) o economicamente (Cina) le prospettive americane, eppure prevale una sfiducia generale. Problema di sfibramento del corpo sociale interno che trova in un voto polarizzato, contestato già a monte e preceduto da una campagna elettorale imbarazzante il suo compimento.

Si torna al punto di partenza. O forse, parafrasando Tiziano Terzani, per l’America la fine è il suo inizio. La fine è quella della campagna elettorale 2020, con la coda drammatica dell’assalto di Capitol Hill del 6 gennaio 2021 dopo il vano e infondato tentativo di Trump di ribaltare l’esito delle elezioni contro Joe Biden. L’inizio è quello del voto odierno, in cui nulla sembra essere migliorato rispetto alle ultime presidenziali.

A valle dell’assalto di Capitol Hill, su queste colonne commentavamo l’inesorabile tendenza degli Usa alla competizione interna, sottolineando il peso dei “dolori di una fragile superpotenza, ovvero degli effetti di una serie di processi che sommandosi, come una goccia che scava la roccia, hanno eroso la stabilità americana. Gli Usa, notavamo nel 2021, nel corso degli anni “hanno retto alla polarizzazione elettorale tra Stati “blu” a tradizione democratica e roccaforti colorate del rosso repubblicano; hanno vacillato di fronte alla divaricazione economica tra le prospettive del centro e quelle della periferia, tra metropoli e provincia; non sono stati in grado di evolvere il modello sociale di fronte a cambiamenti etnici, demografici e sociali; sono stati, gradualmente, trasformati da terra delle opportunità a Paese di disuguaglianze”.

Mentre questo avveniva, “la globalizzazione, la crisi finanziaria, le conseguenze politiche e sociali degli attentati dell’11 settembre 2001 e l’emersione di clevage crescenti tra partiti hanno mostrato i dolori interni di una nazione che troppo presto si è ritenuta l’unica superpotenza, l’unico artefice dei destini del pianeta”.

L’America di Civil War

Gli ultimi anni, tra ritiro dall’Afghanistan, guerre in Ucraina a Gaza e nuovi fenomeni interni (dal massacro del fentanyl all’estremismo suprematista domestico) hanno rafforzato queste tendenze: l’America che va al voto è l’America delle fratture. L’America che in Civil War, l’eccellente film di Alex Garland, ha visto narrata di recente la manifestazione finale delle divisioni interne, l’incubo dei figli di George Washington e Abramo Lincoln, un riproporsi della divisione della Nation under God che si ritiene portatrice di un destino manifesto civilizzatore.

Che America va al voto? Lo ha anticipato Amedeo Maddaluno su queste colonne recensendo il film: “Un paese fragile psicologicamente e spiritualmente, una nazione strappata, una cultura permeata da quel millenarismo protestante che vive di narrazioni apocalittiche iniziate con le visioni di Lutero” in cui “alla ferita mai del tutto rimarginatasi della Guerra di Secessione si aggiungono le nuove faglie tra America Tradizionalista e America Woke, tra Bianchi e Neri, tra nativisti e figli delle ultime ondate migratorie, tra le coste degli stati ricchi e globalizzati e gli stati che, al centro del paese-continente, (soprav)vivono economicamente sui settori primario e secondario”.

Il torpore europeo

Rieccoli, sempre più forti, i dolori della fragile superpotenza. Dolori per cui forse l’America ha una sola, vera cura: la capacità di guardarsi, inevitabilmente, allo specchio. Magari non riconoscendosi: ma sicuramente prendendo atto delle sue spaccature. La domanda è se a farlo sarà anche quella parte di Paese che, dopo il voto odierno, vedrà le sue aspettative presidenziali deluse. Il fatto stesso che questa domanda resti aperta dà lo stato dell’arte della democrazia a stelle e strisce.

A chi, come noi italiani, vive in periferia dell’impero, nel pieno della sua prima cintura di satelliti, l’Europa, resta un dilemma: possiamo noi affidare a questa scelta spesso umorale, polarizzata e tutt’altro che strategica che quadriennalmente dà al mondo occidentale l’impressione che a essere votato sia il suo “capo” la determinazione di fondo dei nostri destini?

Nei loro rapporti sull’economia europea due ex premier italiani, Enrico Letta e Mario Draghi, sembravano di recente dare una risposta sfavorevole a questa domanda. A loro di recente si sono aggiunti il premier polacco Donald Tusk (“Alcuni sostengono che il futuro dell’Europa dipende dalle elezioni americane, mentre dipende prima di tutto da noi”), un filostatunitense di ferro non privo di pragmatismo, e il ministro degli Affari Europei francese Benjamin Haddad (“non possiamo lasciare la sicurezza dell’Europa nelle mani degli elettori del Wisconsin ogni 4 anni”). Prese di posizione nette a cui devono seguire i fatti. Altrimenti i dolori della fragile superpotenza saranno, inevitabilmente, i nostri.

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