Politica /

Il New York Times ha confermato oggi quello che, l’estate scorsa, era solo un sospetto causato dalla propaganda politica dell’attuale Presidente degli Stati Uniti: Donald Trump, a seguito del vertice di Bruxelles, voleva uscire dalla Nato, l’Alleanza militare che lega Europa e America da più di 70 anni.

Il quotidiano newyorchese riferisce che nelle ore immediatamente successive al vertice dell’Alleanza di Bruxelles, tenutosi a luglio dello scorso anno, un furibondo presidente Trump si era riunito col suo staff per decidere le modalità dell’uscita degli Stati Uniti dalla Nato, ma che diversi membri del suo esecutivo, tra cui l’allora Segretario della Difesa James “Mad Dog” Mattis, si opposero fermamente riuscendo a far cambiare idea – o quantomeno a rimandare la decisione – all’inquilino della Casa Bianca.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso

Che il Presidente Trump non fosse particolarmente contento di come la Nato stesse affrontando le nuove sfide del panorama geostrategico mondiale non è di certo un segreto. 

Sin dalla campagna elettorale “The Donald” aveva più di una volta ribadito di voler ridefinire il ruolo della Nato, e le sue aperture verso la Russia di Putin hanno fatto gridare al tradimento nei suoi confronti, causandogli non pochi grattacapi anche dal punto di vista legale: attualmente è infatti aperta un’indagine dell’Fbi proprio per stabilire se il Presidente degli Stati Uniti stesse lavorando segretamente per la Russia. Deliri d’oltreoceano targati Dem.

Il summit di Bruxelles dello scorso anno ha però fornito la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso e portato il Presidente Usa su posizioni più drastiche tanto da far intervenire Mattis e Bolton (Consigliere per la Sicurezza Nazionale) per ricondurlo a più miti consigli.

Il pretesto è stato sempre quello della partecipazione dei Paesi europei al bilancio dell’Alleanza Atlantica, con la soglia del 2% del Pil da destinare alle spese militari  che è stata raggiunta solo da una frazione dei membri della Nato.

Ad aggravare la visione di Trump che lamentava come l’Europa spendesse ancora troppo poco lasciando gli Stati Uniti a sobbarcarsi l’onere della difesa del Vecchio Continente sono arrivate anche le dichiarazioni del Segretario Generale della Nato Jens Stoltenberg che durante l’assemblea generale ha invitato sì gli alleati ad incrementare le spese, ma nel contempo ha pregato gli Stati Uniti di dare il buon esempio dedicando maggiori spese per la difesa dell’Europa.       

Secondo sempre il Nyt, chi era presenta alla riunione ha potuto vedere come il Presidente Trump, dopo le parole di Stoltenberg, si fosse girato lanciando uno sguardo stupito e molto contrariato ai membri del suo staff seduti dietro di lui.

Staff che, come già detto, ha poi dovuto calmare il Presidente e convincerlo a non prendere le debite iniziative per staccare gli Stati Uniti dalla Nato.

La questione russa

La divergenza sulla questione della possibilità che gli Usa abbandonino l’Alleanza Atlantica, di portata storica, è stata sicuramente alla base delle dimissioni del Segretario di Stato Mattis, che benché tra i fedelissimi di Trump sin da prima delle elezioni è stato “accompagnato alla porta” senza troppi complimenti ed anche in anticipo rispetto a quanto preventivato.

Troppe evidentemente erano le divergenze tra le due forti personalità: rapporti con Russia e Cina, ritiro truppe da Afghanistan e Siria e adesso scopriamo anche la questione della Nato che sicuramente avrà pesato come un macigno.

James Mattis, del resto, non ha mai nascosto la sua “antipatia” verso Mosca e Pechino ed è da sempre considerato un falco, ma la mossa di esautorarlo e soprattutto l’idea di Trump di uscire dall’Alleanza non deve trarre in inganno: non si tratta di manovre di appeasement col “nemico”. 

Il Presidente degli Stati Uniti non ha alcuna intenzione di andare a braccetto di Putin se non nel tentativo di separare una già fragile Europa e la questione dell’aumento al 2% delle spese per la Difesa e la minaccia di uscire dalla Nato gli forniscono il pretesto di continuare la sua guerra personale all’asse franco-tedesco. 

L’avvicinamento all’Italia, anche e soprattutto per la questione libica, è funzionale all’indebolimento di un asse che potrebbe diventare facilmente trilaterale in campo economico e militare grazie ai nuovi programmi di difesa europea – Pesco – che sono visti come fumo negli occhi oltre Atlantico: rimetterebbero in discussione l’egemonia industriale degli armamenti americani in Europa e Trump, forte dalla sua politica “America First”, semplicemente non può permetterlo.

La silenziosa “guerra del gas” che stiamo vivendo in Europa in questi ultimi anni è proprio riflesso del tentativo di Trump, e di Putin, di indebolire la coesione europea. Se da un lato Trump spinge sull’Italia per venderci il suo gas shale (gas di scisto – una delle risorse non convenzionali di idrocarburi), dall’altro Putin è saldamente legato alla Germania da un doppio cordone: i metanodotti Nord Stream I e II. In ballo, per noi italiani, c’è anche la questione dell’hub gasiero tramite le linee meridionali, tra cui il tanto discusso Tap. 

Gli Usa usciranno davvero dalla Nato?

Cosa succederebbe se gli Stati Uniti uscissero dalla Nato? Innanzitutto questa eventualità viene vista come una terribile sciagura soprattutto dai membri dell’Alleanza ultimi arrivati ed in particolare quelli più orientali, che confinano con la Russia o che hanno fatto parte dell’ex blocco sovietico rappresentato dal Patto di Varsavia.

I maggiori “sponsor” degli Usa e di un loro maggior intervento in Europa sono proprio i Paesi Baltici, la Polonia, la Romania, l’Ungheria e la Repubblica Ceca. 

La Nato, ed in particolare gli Stati Uniti, hanno costruito nuove basi permanenti e hanno spostato molti asset militari dalla Germania e dall’Europa Centrale verso l’Europa Orientale proprio per venire incontro al senso di insicurezza che serpeggia a Varsavia, Tallin o Bucarest.

La minaccia di uscire dalla Nato potrebbe generare un moto di ribellione in questi Paesi e saldare molto di più i legami all’interno dell’Europa. Alcuni Paesi poi, come Polonia ed Estonia, già destinano il 2% del Pil alla Difesa ed altri, come Lettonia, Lituania, Romania ci sono molto vicini con percentuali comprese tra l’1,7 e l’1,8. Ben altri numeri, salvo qualche eccezione data da Regno Unito, Francia e Grecia, per i Paesi classicamente facenti parte dell’Alleanza. A titolo d’esempio forniamo i dati della Spagna e dell’Italia – tra i più grandi e prestigiosi appartenenti alla Nato – che destinano rispettivamente lo 0,9 e 1,1%.

Va però considerato il fatto che in discussione in seno all’Alleanza c’è il possibile inserimento di altri due Paesi: l’Ucraina e la Georgia. Questione delicatissima sia per le contingenze attuali che riguardano Kiev, sempre più ai ferri corti con Mosca, sia per il fatto che l’ingresso di due Paesi da sempre nella sfera di influenza di Mosca potrebbe generare quello squilibrio che potrebbe portare ad uno scontro armato, e riteniamo che Washington, stavolta, non si senta proprio di sacrificare Chicago o New York per la sicurezza di Kiev o Tbilisi che potrebbero appellarsi all’articolo 5 dell’Alleanza Atlantica. 

Trump quindi potrebbe davvero decidere di staccarsi dalla Nato, e senza più Mattis al Dipartimento della Difesa avrebbe gioco facile per potare il suo esecutivo compatto in questa scelta. Non è detto che sia per forza un evento negativo per noi europei: dopo 70 anni i tempi sarebbero maturi per tranciare il cordone transatlantico e cercare di ragionare ed avere una Difesa unica che permetta di poter agire autonomamente in ambito internazionale secondo i nostri interessi. 

Andrebbe messo in conto però il sicuro abbandono del Regno Unito, fermamente su posizioni filoamericane, e dovremmo pensare ad una ridistribuzione delle spese per la Difesa che dovrebbero essere concepite non più su base lineare. Risulta evidente, infatti, che il 2% del Pil della Germania sia diverso dal 2% della Francia, dell’Italia e di altri Paesi pertanto per evitare un’egemonia tedesca sul continente in ambito militare – forse nemmeno voluta da Berlino ma sicuramente temuta da Mosca – occorrerà bilanciare la partecipazione alle spese della Difesa con quote diverse a seconda del Pil di ciascun Paese.

Le analisi che vedono un Europa sotto il tallone di Mosca qualora Washington uscisse dalla Nato sono frutto della propaganda anti-trumpiana messa in atto dai maggiori media di oltre oceano: la Russia non ha più la forza economica e nemmeno militare per poter marciare sul Reno come da piani di guerra del Patto di Varsavia. Di sicuro però l’Europa sarebbe finalmente libera di guardare ad Est e di far cessare quelle sanzioni verso Mosca che la stanno danneggiando contribuendo ad avere quella stessa incertezza economica che fa crollare i bilanci statali e causa maggiori tagli proprio al comparti della Difesa.

Scenario, questo, ugualmente non auspicabile per Trump, ma che risulterebbe naturalmente consequenziale in caso che gli Stati Uniti decidano di uscire dalla Nato.