Trump vince anche in casa Haley e va sul 5-0: primarie già chiuse?

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Le primarie repubblicane del South Carolina hanno segnato una nuova nottata vittoriosa per Donald Trump, che vince anche in casa della sfidante Niki Haley, governatrice nel Palmetto State dal 2011 al 2017, e pone una seria ipoteca sulla corsa alla presidenza.

Haley staccata, nomination sempre più blindata per Trump

Quando solo un decimo degli Stati ha votato, il trend appare consolidato. Anche in casa propria Nikki Haley non ha sfondato: Trump ha vinto con circa il 60% dei suffragi alle primarie, staccando di venti punti l’avversaria. La quale per consolidarsi come candidata anti-Trump ha ammorbidito negli ultimi mesi molte posizioni che la contraddistinguevano: da governatrice Haley, donna di origini indiane, ha sposato le rigide politiche identitarie di uno degli Stati più conservatori. Ha addirittura chiuso alle proposte di vietare la bandiera confederata in quello che fu prima della guerra civile l’antesignano degli Stati secessionisti, ed è stata ferocemente anti-abortista e una strenua sostenitrice del pugno duro sui migranti.,

Haley ha svoltato presentandosi come la candidata dell’establishment repubblicano, come se la sua carriera fino a pochi mesi fa non fosse esistita. Ivi compresa la sua posizione come ambasciatrice all’Onu della presidenza Trump, in cui è stata complice di alcune delle decisioni più discusse della diplomazia Usa: il rilancio delle sanzioni all’Iran, la decisione di ritirarsi dagli Accordi di Parigi sul Clima, l’uscita dall’Unesco. Nel suo Stato natale questo difficilmente poteva avere successo. E infatti la roccaforte conservatrice ha premiato nettamente Trump, che ora va sul 5-0. Dopo aver vinto le primarie e i caucus di Iowa, New Hampshire, Isole Vergini e Nevada, il South Carolina inaugura la campagna del Sud dei repubblicani. E nell’ex Dixieland Trump può trovare un terreno fertile. Divenuto il primo candidato alle primarie repubblicane a vincere le prime cinque contese, l’ex presidente Usa mira a fare delle primarie il trampolino di lancio della rivincita contro Joe Biden.

Haley in cerca di una strategia

Haley, nota il New York Times, “ha puntato la sua campagna sull’acquisizione del sostegno degli indipendenti e dei repubblicani più moderati, in particolare negli stati in cui le primarie non sono limitate agli elettori registrati in un partito”. Ma questa strategia si trova di fronte a uno scacco: “non è stata all’altezza nel New Hampshire il mese scorso – lo stato a voto anticipato in cui era più vicina a Trump nei sondaggi – e nella South Carolina, sollevando dubbi sulla sua riuscita nel Michigan, che terrà le primarie martedì, e uno qualsiasi dei 16 stati che voteranno il Super Tuesday il 5 marzo“.

Allontanarsi da una posizione di organica rappresentanza di un Partito Repubblicano passato da “Grand Old Party” a “Trump Old Party” dalle presidenziali 2016 a oggi non sta aiutando. Nonostante debba affrontare 91 accuse per ipotesi di reati in quattro processi penali Trump appare ancora l’uomo di riferimento dei repubblicani. In tempi di neo-isolazionismo, rinnovate guerre culturali e polarizzazione consolidata è il massimalismo, non la ricerca di distinguo, a alimentare entusiasmo nella base elettorale repubblicana.

La corsa di Haley vivrà ora le partite cruciale. Il Super Tuesday e gli altri cinque voti dei prossimi dieci giorni decideranno se queste primarie avranno ancora senso di continuare o meno. La Haley ha provato a cambiare identità per affrontarle come l’anti-Trump. Una sfida che le viene relativamente facile: per chi, nata Nimrata Randhawa, ha preso come nome il soprannome datole in famiglia e il cognome del marito l’identità personale è negoziabile. Figurarsi quella politica. Ma come Ron DeSantis anche Haley ha subito il contrappasso dell’essere una trumpiana di ferro che ha provato a sfidare l’uomo-chiave del mondo conservatore Usa in campo ostile. Con i prevedibili risultati del caso. La campagna elettorale di Haley per la Casa Bianca dovrà probabilmente far suo il motto dello Stato di cui la candidata è stata governatrice, tratto dalle Lettera ad Attico di Cicerone: Dum spiro, spero. Ovvero sostanzialmente, non ce ne voglia l’arpinate, “finché c’è vita, c’è speranza“. Saranno i prossimi round delle primarie a far capire per quanto questo principio varrà.