Sembrava essersi nascosto chissà dove dopo la sconfitta subita contro Joe Biden, ma Donald Trump ha dimostrato di volersi giocare ancora la partita per la Casa Bianca. Il tycoon ha scelto l’Ohio per scendere di nuovo in campo. Le ipotesi sul tavolo, sino alla ricomparsa pubblica, erano due: quella che immaginava come l’ex presidente degli Stati Uniti avesse intenzione di riorganizzarsi in previsione delle elezioni di medio-termine e, perché no, pure delle prossime presidenziali, e quella che suggeriva come Trump si fosse in buona sostanza ritirato dagli affari politici, magari per dedicarsi alle sue aziende.

Il comizio tenutosi in Ohio suggerisce che la versione buona sia la prima: il tycoon non ha rinunciato alle sue velleità presidenziali. E la candidatura al Congresso di Max Miller, ossia il motivo per cui The Donald ieri ha tenuto il suo speech dinanzi alla folla, è stata l’occasione per ribadire la sua visione delle cose, tanto sul futuro quanto sulla batosta inflittagli da Biden. L’ex Commander in Chief – come riportato da Lapresse – è parso sicuro sull’obiettivo da raggiungere: il magnate ha promesso la riconquista della White House, ma soprattutto del Congresso. Se non altro perché gli americani voteranno prima per il rinnovo di parte di quest’ultimo con le elezioni di medio-termine previste per il 2022.

Nelle parole di The Donald, non c’è stato spazio per una modifica della narrativa che lo ha accompagnato sin dalla notte elettorale dello scorso novembre: il leader repubblicano continua a sostenere di essere stato vittima di brogli. Com’è noto, ad oggi le considerazioni trumpiane sulla presunta truffa dei Democratici non hanno trovato riscontro alcuno. Per quanto lo zoccolo duro dell’elettorato trumpista sembra essere stato persuaso della bontà di una ricostruzione che rimane senza prove.

É interessante notare come Miller, che è un trumpista della prima ora, sia sfidato in Ohio per la candidatura al Congresso da Anthony Gonzalez, un repubblicano anti-trumpiano. Una contesa interna e simbolica, che può raccontare in breve tempo quale sia l’orientamento del Gop, dopo la “trumpizzazione” del partito che è avvenuta in seguito alla vittoria del 2016. C’è una fronda consistente di esponenti di spicco che vorrebbe normalizzare la piattaforma programmatica e la comunicazione politica attorno al Partito Repubblicano. Al momento, però, la linea di Trump sembra continuare a prevalere, impedendo di fatto al Gop di riordinare le idee sulla base delle logiche e degli equilibri presenti prima dell’avvento del magnate populista. La linea Bush-Romney, in sintesi, non passa. Segno di quanto sia stata polarizzante la presenza sulla scena di Trump negli ultimi cinque anni.

Tra le fila della formazione repubblicana, risiede chi è convinto che si debba cambiare. Per esempio bisognerebbe – dicono gli anti-trumpiani – modificare l’impostazione sulle politiche migratorie e sul rapporto con le minoranze. Sono le mutazioni demografiche degli ultimi anni, del resto, a suggerire la necessità di un rapporto diverso, anche in termini di messaggio complessivo, con fasce di popolazione che stanno diventando a mano a mano maggioritarie o comunque sempre più rilevanti da un duplice punto di vista, politico e numerico. Questa ricetta non sembra condivisa da The Donald, che non ha cambiato di una virgola le sue convinzioni in materia.

Al netto delle ovvie critiche a quanto fatto sino a questo momento da Joe Biden, quindi, Trump è intenzionato a contendersi lo scettro del partito con chi glielo vorrebbe togliere. In questo senso, le primarie in Ohio assumono un significato particolare. L’Ohio è uno Stato che ha sorriso al Gop a novembre scorso. Uno swing State che, dopo essere stato annunciato di colore rosso repubblicano, sembrava costituire un indizio su come sarebbe andata a finire la nottata elettorale. Alla luce di quanto avvenuto, niente di più fuorviante. Ma The Donald ha individuato il fortino da cui ripartire.

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