Trump, Springsteen e l’ipocrisia dello star system che non ha detto una parola su Gaza

SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI

Questo articolo è reso liberamente disponibile ai lettori dall’ultimo numero di “InsideUsa”, la newsletter che racconta gli Stati Uniti d’America in modo unico e approfondito, offrendo prospettive e analisi che altri non forniscono. Con un approccio fresco e dettagliato, InsideUsa si propone di far luce sulle storie più significative e intriganti del panorama americano, regalando ai lettori una visione autentica e fuori dagli schemi.

Negli ultimi giorni, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha acceso un nuovo fronte di scontro, questa volta con alcune delle più grandi star della musica mondiale, come Taylor Swift, Bruce Springsteen e Neil Young. Al centro della disputa c’è l’accusa di Trump secondo cui celebrità come Springsteen, Beyoncé, Oprah Winfrey e Bono avrebbero ricevuto pagamenti dalla campagna di Kamala Harris per il 2024, considerati dal presidente come contributi elettorali potenzialmente illegali. È l’ennesimo scontro tra il tycoon, il mondo patinato dello star system che mah l’ha digerito e le grandi rockstar “impegnate”.

Trump contro il Boss

Il conflitto si è intensificato quando Bruce Springsteen, durante l’apertura del suo tour, ha definito l’amministrazione Trump “corrotta, incompetente e traditrice”. Trump, noto per non lasciare insulti senza risposta, ha ribattuto su Truth Social, descrivendo Springsteen come un “cretino prepotente e odioso” e un “prugna secca di rocker”. Ma il vero fulcro della polemica è l’accusa di Trump che Harris abbia pagato queste celebrità per il loro supporto, mascherando gli endorsement come spese per “intrattenimento”. Secondo i registri della Federal Election Commission, la campagna di Harris ha effettivamente versato somme significative: 165.000 dollari alla Parkwood Production Media LLC di Beyoncé, un milione di dollari alla Harpo Productions di Oprah e 75.000 dollari alla Thrill Hill Productions di Springsteen. Tuttavia, non ci sono prove che questi pagamenti siano andati direttamente agli artisti, come confermato da Oprah e dalla madre di Beyoncé, Tina Knowles, che ha smentito voci di compensi personali.

Trump ha chiesto un’indagine, sostenendo che tali pagamenti rappresentino una violazione delle leggi elettorali. La Federal Election Commission non ha ancora risposto ufficialmente, ma la questione solleva interrogativi su come le celebrità influenzino le campagne politiche e su come queste interazioni siano regolamentate.

Le star della musica e quei silenzi che sanno di ipocrisia

Tuttavia, il vero nodo della questione non è solo legale, ma morale. Trump, con tutte le sue controversie e il suo approccio abrasivo, rappresenta un bersaglio facile per artisti come Springsteen, Swift e Young, che da decenni incarnano l’immagine di voci ribelli e indipendenti. Ma dove erano queste star quando l’amministrazione Biden sosteneva politiche che hanno alimentato conflitti internazionali? Durante il governo democratico, gli Stati Uniti hanno fornito un sostegno incondizionato a Israele, nonostante le accuse di violazioni dei diritti umani a Gaza, definite da molti come un genocidio. Allo stesso modo, l’appoggio militare e finanziario all’Ucraina nella guerra contro la Russia ha contribuito a prolungare un conflitto devastante, senza che queste celebrità alzassero la voce con la stessa veemenza usata contro Trump.

Bruce Springsteen, che al suo concerto ha accusato l’amministrazione Trump di “infliggere dolore ai lavoratori americani” e di “abbandonare gli alleati”, non ha mai rivolto critiche simili a Biden per il suo ruolo in queste crisi. E, per carità, il Boss può ancora permettersi di dire ciò che vuole, con tutta la meravigliosa musica che ha composto, però…E poi c’è Taylor Swift, che nel 2020 ha sostenuto pubblicamente Biden, anche lei rimasta in silenzio mentre gli Stati Uniti inviavano miliardi di dollari in armamenti a Kiev. Infine, Neil Young, noto per il suo attivismo, ha fatto eco a critiche contro Trump, ma non ha mai messo in discussione il coinvolgimento di Biden in politiche che hanno esacerbato tensioni globali. Anche Beyoncé, che ha parlato come “madre” preoccupata per il futuro dei suoi figli, non ha mai affrontato pubblicamente le implicazioni delle scelte di politica estera dell’amministrazione democratica.

Voci libere o strumenti politici?

Questo doppio standard solleva una domanda cruciale: le star della musica sono davvero voci libere e indipendenti, come amano presentarsi, o sono diventate strumenti di una narrazione politica a senso unico? Quando Trump attacca, rispondono con grande veemenza e, per carità, Donald trump è quello che è: ma il loro silenzio durante il governo Biden evidenzia una partigianeria (e un’ipocrisia) che mina la loro credibilità come artisti “contro il sistema”. Non che ci sia nulla di male a essere di parte, ma com’è possibile tacere dinanzi alla complicità della precedente amministrazione rispetto a ciò che stava accadendo a Gaza, ad esempio? Eppure tanti – a cominciare da Bono degli U2 – non hanno detto nulla per mesi e mesi. Ora sparare su Trump è facile. Troppo. E soprattutto fuori tempo massimo.

La loro indignazione sembra attivarsi solo quando il bersaglio è conveniente, lasciando un vuoto quando si tratta di criticare politiche democratiche altrettanto controverse. Senza contare che molti di questi artisti “liberi” rimproverano Trump di non essere abbastanza “guerrafondaio”. E allora dov’è la libertà?