Il grande giorno di Donald Trump è arrivato dopo una lunga suspance studiata, rimandando più volte il grande annuncio: a inizio settembre, dopo il Labor Day, poi nell’ultimo comizio prima del voto, in Ohio, poi il 9 novembre, dopo il voto, e infine a Mar-a-Lago, suo buen retiro di gioia e dolore, giusto il giorno dopo la scadenza del termine fissato dalla commissione d’inchiesta del Congresso, che aveva convocato l’ex presidente per testimoniare sui fatti del 6 gennaio 2021.
L’annuncio non ha fatto emergere alcun colpo di scena: sulle prime era sembrato sorprendentemente “istituzionale”, nonostante il divagare infinito. Un lungo flashback alle “promesse mantenute” (spesso scadendo nel millantato credito), i consueti ritornelli e attacchi alla controparte, privi però dell’insulto becero, dei toni canzonatori, della boria da showman. La seconda parte, invece, si è trasformata in una geremiade infinita su droga e immigrazione, con addirittura apprezzamenti per i metodi illiberali cinesi pena di morte compresa.
Siamo già di fronte a Donald-The Candidate? Certo è che, nel discorso di candidatura c’è un grande assente: lo scivolone alle midterm.
Assodata ormai la corsa per il 2024, gli scenari futuri di questa avventura potrebbero essere almeno tre.
1. Trump va dritto alle primarie
Uno scenario idilliaco che porterebbe dritto alle primarie. Difficile da sostenere, considerando quanto sia lastricata di vendette incrociate la strada del Gop da qui al 2024. Tuttavia, il partito, compatibilmente con le sue vicende giudiziarie, potrebbe lasciarlo fare, confidando che la deriva della comunicazione trumpiana lo distrugga dall’interno.
Dal canto suo, l’incumbent che ha saltato un turno ha ancora i sondaggi dalla sua parte: secondo un poll pubblicato ieri da Politico, se si votasse oggi per scegliere il candidato Gop, il 47% degli elettori repubblicani voterebbe per Trump, con Ron DeSantis fermo al 33%. Tutti gli altri nomi che stanno circolando con insistenza in questi giorni come possibili sfidanti dell’ex presidente sono fermi al 5%, compreso l’ex vice presidente Mike Pence. Il fatto che però il 65% degli americani crede che non dovrebbe ricandidarsi, rimescola le carte in tavola.
Potremmo perfino assistere a un Trump ridimensionato, più istituzionale, nel rocambolesco tentativo di ripulire la propria immaginare e presentarsi come uno sfidante credibile. Per farlo, però, ci vuole un grande staff che possa soffocare buona parte del trumpismo per offrirne una versione più pettinata. Una mission impossible. Il Washington Post sostiene che la campagna sarà condotta diversamente dalla prima. A guidare le operazioni non sarà più un solo manager ma un direttorio a tre composto da Chris LaCivita, stratega capo di un super Pac a lui devoto; poi Susie Wiles, consulente politica della Florida che lo ha aiutato a vincere lo Stato nelle due precedenti elezioni; Brian Jack, ex consigliere politico alla Casa Bianca. Ma soprattutto il quartier generale trasferito da Washington a Palm Beach. Tutte indiscrezioni da parte di accoliti del candidato, che non trovano ancora conferma.
2. Il ritiro prima della fine delle primarie
Considerata l’imprevedibilità del personaggio e lo smarrimento nella casa repubblicana, nulla vieta di pensare che il percorso di Trump si fermerà prima della convention. Questo potrebbe accadere se il percorso delle primarie cominciasse a essere minato dalle vittorie di altri candidati. Piuttosto che attendere fino alla fine del calendario elettorale e prestare il fianco ad una eventuale umiliazione, Trump potrebbe ritirare la sua candidatura nel bel mezzo della gara.
Tutto dipenderà dalle percentuali e dagli Stati nei quelli riuscirà a ottenere più delegati. In questa fase giocheranno un ruolo fondamentale sia la copertura finanziaria della campagna elettorale (nell’ultima settimana aveva fatto molto rumore l’abbandono del miliardario Ken Griffin) che quella mediatica. Al bando sui social si aggiunge Rupert Murdoch e il suo impero dei media (con Fox News, Wall Street Journal e NewYorkPost in prima linea) che non sosterranno la sua ricandidatura per la Casa Bianca. “Ci sono stati colloqui tra i due e Rupert ha chiarito a Donald che non possiamo appoggiare una sua nuova campagna per la Casa Bianca”, fa trapelare News Corp, che guarda con favore al governatore della Florida, Ron DeSantis, già ribattezzato “Ron DeFuture”.
3. La corsa del 2024 interrotta dalle vicende giudiziarie
Una nuova candidatura presidenziale non proteggerà Trump dall’inchiesta avviata dal dipartimento di Giustizia per la questione dei documenti top secret che ha portato via dalla Casa Bianca. Ma ovviamente renderà molto complicato prendere decisioni su un eventuale incriminazione dell’ex presidente – che è indagato per violazione dell’Espionage Act – senza incorrere nell’accusa di condurre un’inchiesta motivata politicamente.
Per questo al dipartimento di Giustizia si sta discutendo la possibilità di affidare ad un procuratore speciale le indagini su Trump. Molti altri candidati sono stati sotto inchiesta durante la loro campagna elettorale, a partire da Hillary Clinton, sconfitta da Trump nel 2016 dopo che il dipartimento di Giustizia due settimane prima del voto annunciò pubblicamente di aver riaperto l’indagine sull’uso della mail privata che era stata chiusa mesi prima. In quel caso non fu nominato nessun procuratore speciale.
Annunciata la sua candidatura alla Casa Bianca, inoltre, Trump non potrà più contare sul contributo del Comitato Nazionale Repubblicano per sostenere le spese legali per i suoi processi. Lo aveva reso noto la presidente del comitato, Ronna McDaniel che, intervistata dalla Cnn, ha dichiarato che l’Rnc “non può pagare le spese legali di nessun candidato” alle primarie repubblicane. Complicazione che, oltre alle sue implicazioni economiche, sancirebbe definitivamente il divorzio tra Trump e il Gop.