Trump, sfiduciato dai farmers, prova con i miliardi a riconquistare il cuore del mondo MAGA

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La pancia dell’America fa paura: oggi è con te, domani chissà. A meno di due settimane dalle midterm, il presidente corre ai ripari con nuovi aiuti economici. Ma nelle campagne americane cresce il malcontento, mentre i sondaggi registrano un forte deterioramento della sua popolarità. Il rischio per i repubblicani non è soltanto perdere voti: è che una parte dell’America profonda decida di non presentarsi alle urne.

Nell’America di Trump c’è una rivolta che non assomiglia a quelle delle grandi città. Si consuma nelle fattorie del Kansas, tra i campi di mais dell’Iowa, nei territori agricoli del Nebraska, dove il prezzo del carburante è diventato il termometro di una crisi economica che rischia di trasformarsi in una crisi di consenso. È qui, nella geografia più profonda dell’America repubblicana, che il presidente sta scoprendo quanto possa essere fragile il legame tra fedeltà politica e benessere economico. Gli agricoltori americani sono stati per anni tra i sostenitori più convinti del suo progetto politico. Hanno condiviso la promessa di riportare al centro della vita nazionale il lavoro produttivo, la difesa degli interessi americani e la battaglia contro le élite di Washington. Molti hanno accettato persino i sacrifici imposti dalle guerre commerciali, convinti che il protezionismo avrebbe restituito competitività all’economia nazionale.

Adesso, però, il conto comincia a diventare difficile da sostenere.

Il presidente sembra aver compreso la gravità del problema. Lunedì scorso, durante un comizio elettorale in Kansas, ha annunciato un nuovo programma federale da 8 miliardi di dollari per compensare gli agricoltori colpiti dall’impennata del prezzo del diesel. L’iniziativa, denominata Harvest Fuel Relief, si aggiunge ai 12 miliardi già destinati al settore attraverso il Farmer Bridge Assistance.

Trump ha ottenuto il 69% dei voti nelle zone rurali nel due anni fa, ma un sondaggio AP-KFF, condotto ad agosto, ha rilevato che il 57% degli elettori rurali disapprova la sua gestione dell’economia. Un sondaggio Reuters/Ipsos, condotto a giugno, aveva già rilevato un nuovo minimo storico per l’indice di gradimento di Trump tra gli americani delle zone rurali, sceso al 50%, con solo il 31% che approvava la sua gestione delle questioni economiche. Questi risultati emergono mentre i Democratici registrano risultati competitivi nei sondaggi in alcuni stati tradizionalmente repubblicani come Texas, Iowa e Kansas.

Il diesel e il raccolto

Per comprendere la portata del problema bisogna partire proprio dal Kansas, uno degli Stati simbolo dell’America conservatrice. Qui, dove il Partito democratico non conquista un seggio al Senato dal 1932, la campagna elettorale ha assunto contorni insolitamente competitivi. Il senatore repubblicano Roger Marshall, che nel 2020 aveva vinto con un margine superiore agli undici punti percentuali, si trova ad affrontare una sfida più difficile del previsto contro il democratico Adam Hamilton. È proprio per sostenere Marshall che Trump è arrivato in Kansas, scegliendo uno Stato normalmente considerato parte del patrimonio elettorale repubblicano.

Secondo i dati dell’American Automobile Association, il diesel ha raggiunto una media nazionale di circa 6,32 dollari al gallone, con un aumento di circa 2,70 dollari rispetto all’anno precedente. Per un automobilista significa spendere di più alla pompa. Per un’impresa agricola, invece, può significare compromettere la sostenibilità di un’intera stagione produttiva. Il diesel alimenta le macchine utilizzate per coltivare e raccogliere, ma è indispensabile anche per trasportare i prodotti verso i centri di stoccaggio, gli impianti di trasformazione e i mercati. Il suo rincaro si distribuisce lungo tutta la filiera, moltiplicando i costi di produzione e riducendo i margini di guadagno. A peggiorare la situazione è il fatto che la crisi energetica non arriva isolata. La guerra in Iran, iniziata a febbraio con l’intervento militare di Stati Uniti e Israele, ha contribuito a destabilizzare i mercati energetici internazionali. A questo si aggiungono le conseguenze del conflitto russo-ucraino e le tensioni commerciali provocate dai dazi.

Harvest Fuel Relief prevede 8 miliardi di dollari destinati a compensare almeno parzialmente l’aumento dei costi del diesel durante la stagione del raccolto. Secondo quanto comunicato dal Dipartimento dell’Agricoltura, i pagamenti saranno calcolati attraverso una formula che terrà conto delle superfici coltivate, dei costi, delle rese e delle stime dei prezzi agricoli. Ma c’è un dettaglio significativo nella tempistica: le informazioni operative sui pagamenti saranno comunicate a novembre, mentre l’erogazione degli aiuti è prevista per gennaio. Il provvedimento, quindi, viene annunciato prima delle elezioni, ma il denaro arriverà agli agricoltori soltanto dopo il voto. Secondo le stime del Dipartimento dell’Agricoltura, i trasferimenti governativi agli agricoltori nel 2026 dovrebbero raggiungere la cifra record di 47,4 miliardi di dollari, 19,5 miliardi in più rispetto all’anno precedente.

Le associazioni dei produttori di mais, grano, cotone e sorgo hanno riconosciuto l’utilità degli aiuti, chiedendo contemporaneamente interventi strutturali. Altre organizzazioni hanno assunto posizioni decisamente più critiche. Farm Action, ad esempio, ha interpretato l’ennesimo salvataggio miliardario come il sintomo di un’economia agricola in difficoltà, sostenendo che il ricorso sistematico ai fondi pubblici non risolva le cause profonde della crisi. Ancora più esplicito Aaron Lehman, presidente dell’Iowa Farmers Union, che ha criticato le politiche dell’amministrazione per il loro contributo all’aumento dei costi di diesel e fertilizzanti, giudicando insufficiente un intervento emergenziale annunciato a ridosso delle elezioni.

Il boomerang della guerra commerciale

Il punto politico è proprio questo: gli agricoltori possono accogliere favorevolmente gli aiuti senza per questo ritenere risolto il problema. E il fatto che un’amministrazione fortemente identificata con il libero mercato e la difesa della produzione nazionale debba ricorrere a trasferimenti pubblici di tale entità racconta quanto sia diventata complicata la situazione nelle campagne americane.

Dietro il malcontento degli agricoltori c’è una questione che attraversa tutta la politica economica trumpiana: la guerra commerciale. Per anni Trump ha presentato i dazi come lo strumento attraverso il quale restituire agli Stati Uniti la sovranità industriale e commerciale. L’obiettivo dichiarato era proteggere la produzione americana, ridurre la dipendenza dall’estero e costringere i partner internazionali a negoziare condizioni più favorevoli a Washington. Per l’agricoltura, tuttavia, il protezionismo presenta un problema strutturale. Gli Stati Uniti sono una grande potenza esportatrice di prodotti agricoli e una parte significativa della redditività del settore dipende dall’accesso ai mercati stranieri. La Cina rappresenta uno dei principali interlocutori commerciali, soprattutto per i produttori di soia, ma anche per quelli di sorgo e altri prodotti agricoli.

Il problema non riguarda soltanto il volume delle esportazioni. Riguarda anche la prevedibilità dei rapporti commerciali. Gli agricoltori pianificano investimenti, coltivazioni e acquisti di macchinari con largo anticipo. Un mercato che cambia rapidamente a causa delle decisioni politiche rende molto più difficile programmare le attività e valutare i rischi. A questo si aggiunge l’aumento dei costi dei fertilizzanti e delle attrezzature, che riduce ulteriormente la redditività.

Il problema politico di Trump non sembra essere, almeno sulla base di questi dati, il collasso della fedeltà del suo nucleo più radicale. Piuttosto, è l’indebolimento di quella coalizione più ampia che gli ha permesso di trasformare il movimento MAGA in una forza elettorale vincente. Una coalizione nella quale convivono conservatori tradizionali, piccoli imprenditori, agricoltori, lavoratori delle aree rurali ed elettori che hanno scelto Trump soprattutto per ragioni economiche.

Il problema, tuttavia, non consiste necessariamente nel trasferimento di questi voti ai Democratici. Il rischio più concreto è l’astensione. Ma il malessere delle campagne ora si inserisce in una crisi di consenso molto più ampia. Secondo il sondaggio Reuters/Ipsos pubblicato il 19 ottobre, soltanto il 31% degli americani approva l’operato del presidente. Si tratta del livello più basso registrato dall’istituto durante entrambi i suoi mandati.

E mancano 13 giorni alle midterm.