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Nessuno si ricordava più della Via della Seta Polare, meglio nota anche come Polar Silk Road, la costola della famigerata Nuova Via della Seta cinese. È servito Donald Trump per riaccendere i riflettori su un progetto geopolitico che, nella sua interezza, ha trascorso gli ultimi cinque anni a riorganizzarsi profondamente rispetto ai target iniziali di Pechino. Se, tuttavia, la BRI (Belt and Road Initiative) ha abbandonato l’ambizione madre di penetrare nei ricchi mercati europei per collegare la Cina all’Europa – scegliendo invece di sfruttare le potenzialità del Global South e dei Paesi in via di sviluppo di Sud Est asiatico, Africa e America Latina – del braccio polare della Via della Seta si erano completamente perse le tracce.

Di tanto in tanto qualcuno annotava i progressi del Dragone nell’Artico, in tandem con la Russia, in questioni energetiche e strategiche. Adesso che la regione è tornata al centro del dibattito pubblico, complice il presunto desiderio di Trump di mettere le mani sulla Groenlandia, ecco che sono riemerse anche tutte le implicazioni relative ai piani della Cina e alla Polar Silk Road.

Trump, l’Artico, la Cina e la Polar Silk Road

Perché a Trump “piace” la Groenlandia? L’attrattiva dell’isola (ne abbiamo parlato qui) risiede nelle sue immense risorse naturali, tra minerali di terre rare, petrolio e gas, nonché nella sua posizione strategica tra Nord America ed Europa. Una posizione allettante, tanto più se il cambiamento climatico – come sta accadendo – dovesse accelerare lo scioglimento dei ghiacciai in loco aprendo nuove rotte di navigazione e opportunità di estrazione di risorse.

Ebbene, a queste latitudini, come detto, sono da tempo presenti Russia e Cina. Pechino, anche se ha smesso di sbandierare la sua Polar Silk Road, ha investito una novantina di miliardi di dollari tra i ghiacci artici. L’obiettivo del Dragone? Creare, appunto, una Via della Seta Polare per garantirsi una fornitura stabile di gas naturale liquefatto, oltre che una rotta marittima alternativa rispetto a quelle fin qui tradizionalmente utilizzate.

Per quanto riguarda la Groenlandia, parte integrante della BRI ghiacciata del gigante asiatico, la Cina ha qui investito in modo significativo nella creazione di stazioni di ricerca, infrastrutture e progetti minerari, non sempre riscontrando successi sperati (il progetto di estrazione dell’uranio Kaunnersuit e quello del minerale di ferro Isua, per esempio, sono stati sospesi o interrotti nella loro fase preliminare).

The Donald e il Dragone

Lo scorso ottobre, Vladimir Putin ha invitato il suo omologo Xi Jinping a investire nella Northern Sea Route. Le aziende energetiche cinesi non si sono certo fatte pregare e hanno già acquisito quote importanti nei progetti di gas siberiano, mentre altre società del Dragone hanno aiutato Mosca a sviluppare infrastrutture portuali in loco.

L’Artico, e tutto quello che vi risiede, ha però un’altra implicazione fondamentale per Pechino. La Via della Seta Polare, infatti, consente alla Repubblica Popolare Cinese di bypassare un eventuale blocco da parte degli Stati Uniti, in un fantomatico scenario di guerra, nel punto di strozzatura dello Stretto di Malacca; non uno Stretto qualunque, ma quello dal quale ogni anno transitano circa 100mila navi e tra il 30 e 40% del commercio globale.

Non è un caso che, nel 2023, la compagnia cinese NewNew Shipping Line abbia stretto una partnership con la Russia, completando sette viaggi in portacontainer tra Asia ed Europa attraverso la citata rotta artica, e che, lo scorso luglio, abbia lanciato una nuova rotta artica per collegare Shanghai a San Pietroburgo.

Indipendentemente dai piani di Trump e dal futuro della Groenlandia, nel 2018 il governo cinese ha pubblicato un documento ufficiale per delineare la sua politica artica volta a “utilizzare le risorse artiche in modo legale e razionale”. Nel testo si legge che “la Cina è un importante stakeholder negli affari artici” e che è “uno degli Stati continentali più vicini al Circolo Polare Artico”.

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