Il Russiagate, la grande saga politica americana, si arricchisce di un nuovo, divertente capitolo. Dopo due anni di indagini cui lavorano 17 agenzie di sicurezza con 11 mila dipendenti, l’assunto di partenza (quello enunciato da Barack Obama nell’estate del 2016: i russi hanno lavorato per screditare Hillary Clinton e far eleggere Donald Trump) è lontano dall’essere corroborato da vere prove. Al contrario: i pasticci di Facebook e i maneggi di Cambridge Analytica, con 81 milioni di americani raggiunti dalla propaganda elettorale, fanno pensare che ad aiutare Trump, semmai, siano stati gli spin doctor e le web factories occidentali, non gli hacker orientali.

Ma come ormai hanno capito anche i sassi, il Russiagate serve soprattutto a tenere a bada qualunque tentativo di introdurre nella politica estera americana elementi diversi dalla strategia della “esportazione della democrazia” varata nel 1989 dal presidente George Bush senior e da allora sempre sostenuta dall’establishement sia democratico sia repubblicano. Per questi ambienti, legati al complesso industrial-militare, la Clinton era il candidato ideale, Trump invece l’incognita, il cavallo pazzo. Il Russiagate lo tiene a bada, lo blocca e lo costringe a farsi portavoce della politica che da candidato criticava. Tra Russiagate, caso Skripal, bombardamenti sulla Siria e disdetta dell’accordo sul nucleare dell’Iran c’è una evidente continuità.

Il Russiagate è gestito da un procuratore speciale, Roberto Mueller, che ora vuole interrogare il presidente Trump. E puntualmente il New York Times ha pubblicato la lista delle domande che Mueller vorrebbe fare a Trump. È interessante notare che tutte le mosse di Mueller vengono sempre annunciate e sostenute da un battage dei media che ha come epicentro il New York Times. Se sono veri scoop, vuol dire che gli uffici di Mueller sono più bucati di un groviera. Se non lo sono, è chiaro che Mueller e il giornale sono d’accordo e che la conduzione dell’indagine è almeno sospetta.

Ma torniamo all’interrogatorio. Le 49 domande che Trump si sentirebbe rivolgere sono istruttive. Sono divise in quattro capitoli: le dimissioni di Michael Flynn; la rimozione di James Comey; i rapporti con Jeff Sessions; il “coordinamento della campagna elettorale con la Russia”.

Andiamo per ordine. Michael Flynn. L’ex consigliere per la Sicurezza nazionale (in carica per venti giorni) è sotto accusa, in sintesi, per le seguenti cose: aver lavorato come lobbista per la Turchia e aver ricevuto un compenso da Russia Today per un discorso a Mosca nel 2015 senza aver dichiarato questi proventi; aver parlato con l’ambasciatore russo negli Usa nel periodo di transizione tra l’uscita di scena di Obama e l’ingresso alla Casa Bianca di Trump. Tutte cose che non avrebbe dovuto fare, certo, ma alla fin fine robetta.

James Comey. L’ex direttore dell’Fbi (peraltro accusato dalla Clinton di averle fatto perdere le elezioni per l’indagine avviata su di lei a causa dei fatti della Libia) aveva avviato un’indagine su Trump e la Russia. Dopo molti mesi di polemiche Trump lo ha rimosso. Poche settimane dopo Comey ha pubblicato un libro e dato una lunga serie di interviste, criticando Trump e seminando illazioni, ma senza produrre una sola prova sul famoso Russiagate. Che Trump facesse pressioni su Comey perché la smettesse di indagare sembra brutto ma è normale. Comey, peraltro, proseguì le indagini. E Trump non nascose mai, nemmeno in pubblico, di considerare l’indagine di Comey ingiustificata e quindi illegittima.

Jeff Sessions. Il ministro della Giustizia si è autoescluso dalla supervisione delle indagini sul Russiagate perché a sua volta “accusato” di aver incontrato l’ambasciatore russo a un concerto. Una chiara intimidazione da caccia alle streghe che ha avuto successo, visto che Sessions si è chiamato fuori. Ed è normale che Trump fosse furioso con un ministro così irresoluto.

Il “coordinamento della campagna”. Come si vede, già il titolo del capitoletto è infamante per Trump. Ma di nuovo, nelle domande di Mueller non c’è nulla di nuovo e nulla di incriminante. Solo gli ipocriti fingono di scandalizzarsi se qualcuno del giro Trump, durante la campagna elettorale, incontrò qualcun altro che prometteva materiale scandalistico su Hillary Clinton. Ogni settimana esce una pornodiva che racconta di essere stata pagata da Trump, un medico che garantisce che Trump è malato o matto, un giornalista che annuncia la rivelazione definitiva su Trump e qualche enorme sua porcheria. E tutto questo avverrebbe per caso, per iniziativa di queste decine di singoli?

Per cui si torna a capo. Mueller ha buon gioco a chiedere di interrogare Trump. Se il presidente rifiuta e lo licenzia, sembrerà colpevole di qualcosa. Se il Presidente accetta, sembrerà comunque in posizione critica. E in ogni caso tutte quelle domande generiche (che cosa pensò quando, che cosa disse mentre, quale fu la sua reazione nel momento in cui) offriranno ampie possibilità di far uscire le solite indiscrezioni guidate (ah, scusate, volevo dire scoop) per fargli fare la figura del tipo losco o dell’imbecille. È proprio questa la ragione per cui il Russiagate va avanti da anni e non finisce mai. Non è fatto per scoprire la verità (i russi hanno fatto eleggere Trump) ma semmai per nasconderla: Trump si è fatto eleggere usando le stesse tecniche di microtargeting usate da Obama nella sua campagna del 2008. L’establishement Usa ora sta mandando un messaggio: mi son fatto fregare una volta ma non succederà più.

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