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Mancano meno di 30 giorni all’insediamento di Donald Trump e il presidente neoeletto ha già chiaro in mente cosa vuole o non vuole nei futuri rapporti commerciali di Washington. Fra i numerosi destinatari delle sue geremiadi c’è il piccolo ma potente stato di Panama, nel mirino della linea dura che il neoeletto presidente inaugurerà a gennaio.

Teddy Roosevelt una volta dichiarò che il Canale di Panama era “una delle imprese di cui il popolo di questa repubblica si vanterà con il massimo orgoglio“. Più di un secolo dopo, The Donald ha annunciato che se le cose non cambieranno dopo il suo insediamento il mese prossimo, “chiederemo che il Canale di Panama sia restituito agli Stati Uniti d’America, in modo completo, rapido e senza discussioni“. Alla luce delle turbolenze mediorientali, il canale è andato via via rivestendo un’importanza ancora maggiore da quando il canale di Suez rischia di trasformarsi puntualmente in un cul-de-sac per le navi commerciali. Un destino legato a doppio filo quello tra i due canali: Ferdinand de Lesseps, il “grande francese” già ideatore dell’impresa di Suez, fu il medesimo uomo che incoraggiò la realizzazione del canale di Panama, ma che vide fallire il suo progetto per collegare l’Atlantico al Pacifico.

Ma torniamo a Trump. Washington può davvero “riprendersi tutto ciò che è suo”? No. A meno che non dichiari guerra a Panama, Trump non può riassumere, infatti, il controllo di un canale che gli Stati Uniti hanno deciso di cedere negli anni Settanta.

All’epoca dei fatti, Panama era una provincia della Colombia, che si rifiutò di ratificare un trattato del 1901 per concedere agli Stati Uniti il diritto di costruire il canale. In risposta, Roosevelt inviò navi da guerra statunitensi sulle coste atlantica e pacifica di Panama. Gli Stati Uniti scrissero perfino, con largo anticipo, una costituzione che sarebbe stata pronta dopo l’indipendenza panamense, garantendo alle forze americane “il diritto di intervenire in qualsiasi parte di Panama per ristabilire la pace pubblica e l’ordine costituzionale“. Nel novembre 1903, Panama dichiarò un’indipendenza di fatto senza spargimenti di sangue. Il canale fu inaugurato nel 1914, ma quasi immediatamente venne messa in discussione la validità del controllo americano, portando a quella che nel Paese venne chiamata la “lotta generazionale” per riprenderne il controllo.

Gli Stati Uniti rinunciarono al diritto di intervenire a Panama negli anni Trenta, ma negli anni Settanta, Washington si impelagò in un complesso negoziato con Panama per cedere il controllo del canale. L’amministrazione Carter lavorò con il governo di Omar Torrijos. Le due parti decisero infine di sottoporre due trattati al Senato degli Stati Uniti: il “Trattato di neutralità permanente” e il “Trattato del Canale di Panama”. Il primo continua a essere valido, e garantisce agli Stati Uniti il diritto di agire per mantenere il canale aperto e sicuro. Il secondo stabiliva che gli Stati Uniti avrebbero ceduto il canale a Panama il 31 dicembre 1999. Funzionò. Anche quando George Bush senior invase Panama per rimuovere Manuel Noriega. Nel 2006, attraverso un referendum, venne autorizzata un’importante espansione del canale per ospitare le moderne navi cargo. I lavori si conclusero nel 2016 per un costo di oltre 5,2 miliardi di dollari.

Ma cosa c’è di vero nelle doléances di Trump? I prezzi di spedizione sono aumentati a causa della siccità dello scorso anno che ha influenzato le chiuse del canale, costringendo Panama a ridurre drasticamente il traffico marittimo e ad aumentare le tariffe. La risultante tra il fenomeno de El Niño e i cambiamenti climatici ha portato il livello dell’acqua al minimo storico, portando le autorità di gestione a ridurre il numero di passaggi. Questo ha generato una spirale con costi in aumento e ritardi nelle catene di approvvigionamento. La concomitante crisi di Suez ha fatto il resto. Questo porta numerosi esperti del settore a preconizzare la “morte” del canale in favore di via alternative che, da tempo, iniziano ad essere vagliate. Il canale non era stato progettato per resistere a siccità prolungate, essendo legato a un sistema di laghi artificiali legati alle precipitazioni. La siccità del lago Gatun, negli scorsi mesi, ha colpito duramente anche la popolazione panamense, che da qui ricava metà del suo approvvigionamento idrico potabile.

Sebbene le piogge siano in gran parte tornate, Panama afferma che potrebbero essere necessari futuri aumenti delle tariffe per finanziare le migliorie per soddisfare le esigenze della navigazione moderna. Ma tutto il mondo del commercio internazionale, già da tempo, sta cercando di sondare altre vie alternative e mandare in pensione Panama. Intanto, il piccolo stato si difende dagli attacchi di Washington: tutti gli utenti del canale, del resto, sono soggetti alle stesse tariffe, sebbene varino in base alle dimensioni della nave e ad altri fattori come il pescaggio. “Come Presidente, voglio esprimere con precisione che ogni metro quadrato del Canale di Panama e della sua area adiacente appartiene a PANAMA e continuerà ad esserlo“, ha affermato il Presidente José Raúl Mulino in una dichiarazione. “La sovranità e l’indipendenza del nostro Paese non sono negoziabili“, ha aggiunto.

Non è chiaro quanto Trump stia prendendo sul serio la sua minaccia di riprendere il controllo del canale, anche se il weekend scorso non è stata la prima volta in cui ha denunciato il “trattamento ingiusto” per gli Stati Uniti. Il presidente eletto come farebbe a costringere un Paese sovrano e amico a cedere il proprio territorio? Mistero.

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