Per gli Stati Uniti è più di una banale “riorganizzazione”. Quando si parla del Consiglio per la sicurezza nazionale (National Security Council), parliamo infatti del principale organo che consiglia e assiste il presidente degli Stati Uniti in materia di sicurezza nazionale e politica estera. In questo ambito il presidente Donald Trump ha operato una  sua“rivoluzione” silenziosa: il tycoon ha rimosso il presidente del Joint Chiefs of Staff e il direttore della National Intelligence (ovvero la CIA) dai membri regolari del comitato di presidio, assegnando al suo chief strategist, Steve Bannon , un ruolo di prim’ordine.Questo dimostra quanta influenza abbia l’ex direttore di Breitbart  nelle scelte strategiche dell’amministrazione Trump. Non accadeva da decenni che il presidente nominasse il suo consigliere politico all’interno del consiglio.Le funzioni del Consiglio per la sicurezza nazionaleSu PolitiFact, Linda Qui racconta l’importanza del rimpasto del Consiglio di sicurezza e le funzionalità di tale organo: “Fondato nel 1947, il Consiglio per la sicurezza nazionale riunisce gli alti funzionari della politica interna ed estera, dell’esercito e della comunità d’intelligence per supportare il presidente nell’ambito della sicurezza nazionale. Per statuto, tra i membri del consiglio vi sono presidente, vicepresidente, segretario di Stato, segretario alla Difesa e, dal 2007, il segretario all’energia. Allo stesso modo – rivela l’analista –  i consulenti, secondo statuto, sono il presidente del Joint Chiefs of Staff (al vertice delle Forze Armate) e il direttore della National Intelligence”.“Truman partecipava spesso alle riunioni del consiglio, in particolare prima della guerra di Corea. Eisenhower, d’altra parte, vi partecipò a quasi tutte. Eisenhower gradiva la chiarezza dell’organizzazione e il procedimento formale. Altri, come Kennedy, preferivano task force e flessibilità”, sottolinea Joshua Rovner, professore di sicurezza nazionale alla Southern Methodist University.Il comitato di presidioSteve Bannon, oltre ad essere stato inserito all’interno del Consiglio, partecipa anche alle riunioni del comitato di presidio, sottogruppo creato sotto la presidenza di George W. Bush. Come spiega Linda Qui su PolitiFact, “il gruppo è costituito dal Consiglio, ma senza presidente e vicepresidente. In genere, il comitato di presidio è composto da membri regolari come i segretari di Stato, Difesa ed Energia, Presidente del Joint Chiefs of Staff e Direttore della National Intelligence e membri non previsti dalla norma, come i segretari al Tesoro e alla Sicurezza Interna, il procuratore generale, il rappresentante delle Nazioni Unite, il direttore dell’Ufficio Gestione e Bilancio, il capo di gabinetto del presidente e il consigliere per la Sicurezza Nazionale”.La “rivoluzione” di TrumpTra i cambiamenti più rilevanti rispetto al passato è da sottolineare il declassamento dei ruoli del direttore dell’Intelligence e del presidente del Joint Chiefs. Se per Obama figuravano tra i “membri effettivi”, per The Donald, al contrario, il loro impegno sarà molto più limitato: saranno infatti tenuti a “partecipare esclusivamente per discutere di questioni relative alle loro responsabilità e competenze”. E’ molto più di una semplice questione organizzativa.Il ruolo chiave di Steve BannonNaturalmente, la novità più importante riguarda la nomina di Steve Bannon, consigliere di Donald Trump e suo chief strategist, all’interno del Consiglio e del comitato di presidio. Il fondatore di Breitbart è un fedelissimo del presidente e proprio per questo motivo il tycoon ha deciso di dare particolare importanza alla sua figura all’interno dell’organigramma presidenziale. Una decisione che i media americani hanno reputato “controversa”, se si pensa che i predecessori di Trump non volevano che un loro consigliere politico potesse entrare in conflitto con il consigliere per la sicurezza nazionale (carica ora ricoperta dal generale Michael Flynn).Il senatore John McCain, criticando la scelta del presidente, l’ha definita “una svolta storica per il Consiglio”. Trump sa benissimo che le “minacce” per la sua presidenza possono arrivare dall’interno e questa decisione non è maturata casualmente: il presidente ha bisogno di uomini di fiducia, esperti, su cui poter sempre contare. Proprio come Steve Bannon.

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