Vuoi diventare giornalista d'inchiesta?
ULTIMI POSTI

Esiste un GOP senza Donald Trump? E Donald Trump senza GOP? Questa è la domanda principale che accompagna la lunga attesa verso le midterm ma anche l’interrogativo chiave per le elezioni del 2024. Negli Stati Uniti la vita partitica è molto differente da quella europea e si può affermare, con una certa approssimazione, che i partiti “esistono” soprattutto quando ci si avvicina alle scadenze elettorali, trasformandosi in vere macchine da guerra. Gli ultimi anni, all’insegna della polarizzazione estrema, le cose sono di gran lunga cambiate.

I dissidenti del GOP

Il trumpismo non è morto con la sconfitta del 2020 così come un certo “bidenismo” non è davvero mai nato. Ed è proprio tra le fila del GOP che si sta consumando la vendetta di Trump, verso quel partito che da due anni è sospeso tra l’indignazione e nessuna vera alternativa al tycoon. Oggi è il giorno in cui Donald Trump ha raggiunto la vittoria più importante da quando ha lasciato la Casa Bianca: buttare fuori dal Congresso Liz Cheney, la conservatrice ribelle, alle prese con la sconfitta alle primarie in Wyoming nelle quali era la perdente annunciata contro Harriet Hageman. Cheney, che ha dichiarato la propria sconfitta con il 30% delle preferenze, ha però vinto nella contea di Teton, una delle due aree dello Stato conquistate dal presidente Biden, con circa l’80% dei voti. Significa che molti elettori democratici le hanno tributato il proprio sostegno.

A conferma di quanto Trump tenesse a queste primarie basta un particolare: è lo Stato dove ha concentrato la maggior parte degli sforzi per compattare il partito contro Cheney, che era stata eletta per la prima volta nel 2016. Cinquantasei anni, figlia dell’ex vicepresidente Dick Cheney, ha votato per l’impeachment dell’ex presidente: da allora, si è trasformata in una repubblicana dissidente, oggetto di attacchi e minacce, costretta quasi a vivere sotto scorta.

E gli altri “dissidenti”? Dei dieci deputati alla Camera che votarono per la destituzione, una parte non si ricandida e solo due hanno superato lo scoglio delle primarie. Jaime Herrera Beutler (Washington) ha perso la sua corsa alle primarie il 9 agosto scorso: contro di lei Trump ha appoggiato Joe Kent, un veterano delle forze speciali dell’esercito, e lei ha ammesso la sconfitta; nel Michigan, Peter Meijer è stato estromesso per un soffio dalle primarie repubblicane il 2 agosto da John Gibbs, un funzionario dell’amministrazione Trump che l’ex presidente ha approvato. La sconfitta di Meijer, però, ha un tenore leggermente diverso. Viene da uno stato non fortemente repubblicano, ma che tende al democratico. Il suo avversario ha ricevuto il sostegno del Comitato per la campagna del Congresso democratico, con i democratici che speravano che Gibbs sarebbe stato più facile da battere a novembre. Ma alla fine quest’ultimo ha vinto perché i repubblicani volevano qualcuno che fosse più fedele a Trump, se non necessariamente al Partito Repubblicano. In South Carolina, Tom Rice, ex fedelissimo di Trump ha pagato la scelta sulla condanna ai fatti di Capitol Hill: il suo avversario Russell Fry, appoggiato dall’ex presidente, lo ha sconfitto.

Se questi tre hanno almeno tentato la corsa alle primarie, lo scorso inverno è stato il momento dei grandi abbandoni: Fred Upton (Michigan) ha deciso di lasciare il Congresso dopo più di 30 anni piuttosto che affrontare uno sfidante approvato da Trump in una campagna negativa e costosa, mentre sopportava minacce di morte. John Katko (New York) ha pagato non solo il voto di impeachment: il suo sostegno ad altri progetti di legge bipartisan ha fatto infuriare l’ala destra del suo partito. Quasi esattamente un anno dopo il tentativo di impeachment ha annunciato il suo ritiro. Adam Kinzinger (Illinois) ha annunciato il suo ritiro tra le minacce di morte degli elettori e l’ostilità dei colleghi repubblicani. Come Cheney, ha assunto un ruolo di primo piano nel comitato che indaga sul ruolo di Trump nella rivolta al Campidoglio. Anthony Gonzalez (Ohio) è stato la prima vittima di questo gruppo: a settembre ha annunciato di essere stato inondato di minacce, temuto per la sicurezza di sua moglie e dei suoi figli, e che si sarebbe ritirato piuttosto che affrontare delle primarie feroci.

Da questa disfatta si sono salvati solo due stoici repubblicani “ribelli”: Dan Newhouse (Washington), sopravvissuto al suo avversario appoggiato da Trump grazie in gran parte a un sistema primario in cui i candidati di ogni partito si candidano in un unico concorso di qualificazione, con i primi due votanti che avanzano alle elezioni generali di novembre; David Valadao (California), da molti considerato “l’unicorno” di questo gruppo: nonostante l’attacco a Trump, ha evitato di essere preso di mira personalmente dall’ex presidente.

Al Senato furono invece sette i pro-impeachment e solo Lisa Murkowski si è rimessa in gioco, in Alaska, riuscendo a strappare la corsa per novembre: ha l’approvazione del leader della minoranza al Senato Mitch McConnell e sta affrontando la sfida con Kelly Tshibaka, ex commissaria del Dipartimento dell’Amministrazione dell’Alaska appoggiata da Trump, e altri 17 candidati alle primarie aperte.

Trump non molla il GOP e il GOP non molla Trump

Rebus sic stantibus, il partito appare ora sempre più saldamente nelle mani di Trump, o quantomeno dei trumpiani. La corsa alle primarie e le vicende politiche di quest’ultimo mese mostrano che Trump rimane un centro di potere all’interno del partito.

C’è poi un evento che non potrà non minare la campagna elettorale: i fatti di Mar-a-Lago. Questi ultimi giorni hanno dato ancora più la prova della resistenza del cerchio magico attorno a Trump. L’impulso a legittimare frettolosamente la prospettiva di Trump illustra una pericolosa strategia retorica spesso impiegata dai politici del GOP durante il suo primo mandato. Dopo che Trump ha rilasciato la sua dichiarazione sulla perquisizione, i politici conservatori hanno fatto eco ad aspetti chiave del suo messaggio. Alcuni hanno sanificato le idee di Trump combinandole con critiche più misurate o riferimenti a processi democratici. La loro ondata di tweet ricicla l’idea di Trump di un Dipartimento di Giustizia armato, combinandola con la promessa, da parte di molti, di utilizzare i processi democratici per “seguire i fatti”, scomodando riferimenti a Gestapo e camicie brune.

Mentre la stagione del midterm entra nella sua fase finale, i repubblicani in corsa appaiono legati all’ex presidente come mai prima d’ora, che gli piaccia o no. Nel Connecticut, lo Stato che ha lanciato la famiglia Bush e il conservatorismo compassionevole, un focoso contendente al Senato che ha promosso l’elezione di Trump, ha travolto il candidato appoggiato dal GOP statale. Nel frattempo a Washington, repubblicani che vanno dal leader della minoranza al Senato Mitch McConnell al teorico della cospirazione Marjorie Taylor Greene difendono a spada tratta il magnate dagli artigli dell’FBI. Nonostante si favoleggi dell’impraticabile opzione di candidatura come “indipendente”, di fronte alle sue crescenti vulnerabilità legali, Trump ha bisogno del sostegno del partito per mantenere la sua carriera politica. Così come molti nel partito hanno bisogno di Trump, la cui approvazione si è rivelata cruciale per avanzare verso la prova di novembre.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.