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Dal semplice Tweet alla firma vera e propria: nel giro di 48 ore l’idea di Donald Trump, annunciata tramite social, di riconoscere la sovranità israeliana sulle alture del Golan dovrebbe diventare realtà. Nella giornata di domenica infatti, sia da Washington che dalla sede del governo israeliano confermano che lunedì Netanyahu è atteso negli Usa per assistere personalmente alla firma dell’atto del presidente americano.

Il riconoscimento Usa

Le alture del Golan, come già spiegato nei giorni scorsi, sono territori che Israele occupa dal 1967 e quindi dalla guerra dei sei giorni. Si tratta di una regione araba appartenente alla Siria presa “manu militari” da Tel Aviv, da allora la questione a livello giuridico non risulta mai risolta. Israele giudica queste regioni appartenenti a tutti gli affetti al proprio territorio, la Siria dal canto suo vuole indietro queste zone. La comunità internazionale si pone in merito alla questione delle alture del Golan con la stessa posizione generalmente espressa su Gerusalemme Est: ossia, territori occupati da Israele e non considerabili formalmente come parte integrante del territorio israeliano.

Ed in effetti il principio che sta seguendo Trump è la stesso di quello giù usato dal tycoon newyorkese sullo status di Gerusalemme, riconosciuta nei mesi scorsi quale capitale d’Israele al posto di Tel Aviv. Secondo una buona parte della stampa americana ed israeliana, la mossa del presidente Usa è un aiuto nei confronti di Netanyahu. L’attuale premier è in corsa per un nuovo mandato da ottenere nelle elezioni del prossimo 9 aprile. Consultazioni che lo vedono ancora come favorito, visto che il suo Likud dovrebbe avere la maggioranza relativa dei seggi. Al tempo stesso però, le recenti inchieste di corruzione rischiano di minare la propria credibilità. Da qui dunque la mossa di Trump, “celebrata” dallo stesso Netanyahu con la visita che lunedì il premier in carica effettua negli Usa. Il riconoscimento ad Israele delle alture del Golan da parte americana, certamente è un punto decisamente a favore della destra israeliana, sia religiosa che “laica”.

Le conseguenze della firma dell’atto

Il principio seguito da Trump già al momento del riconoscimento di Gerusalemme quale capitale di Israele, riguarda la certificazione giuridica di ciò che già esiste di fatto. Dunque, il trasferimento degli uffici dell’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme, segue questo schema: visto che parlamento, governo e gran parte dei ministeri non stanno più a Tel Aviv, allora anche la sede diplomatica prende la via di Gerusalemme. Con le alture del Golan il principio appare lo stesso: visto che dal 1967 questo territorio de facto è israeliano, allora gli Usa si limitano “semplicemente” a riconoscere anche giuridicamente tale situazione. Le conseguenze “pratiche” della mossa di Trump risultano esigue: a prescindere dal riconoscimento o meno degli Usa della sovranità israeliana sul Golan, la situazione in questa regione non è destinata a cambiare. Israeliano è il possesso de facto nella giornata di domenica, israeliano lo sarà anche lunedì a prescindere se Trump firmi o meno l’atto in questione.

Le vere conseguenze potrebbero riguardare invece il valore politico del riconoscimento Usa della sovranità dello Stato ebraico sul Golan. E potrebbero essere conseguenze ricche di tensioni e proteste, soprattutto nel mondo arabo. Se politicamente infatti gli Usa sostengono la sovranità israeliana, è chiaro che si disconoscono a questo punto i motivi che portano per 52 anni la comunità internazionale a ritenere quella di Tel Aviv come un’occupazione. La Siria in primis, ma molti altri paesi della regione in secondo luogo, non accettano certo a cuor leggero il pensiero di non considerare più occupazione quella israeliana su queste regioni. Lo scontro quindi è politico, così come politico è il vero valore dell’atto. La preoccupazione adesso riguarda possibili tensioni nel mondo arabo.

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