Martedì, nel suo discorso alla comunità ebraica americana per la festività di Hanukkah Donald Trump è tornato, sorprendentemente, sul tema della sovranità israeliana sulle Alture del Golan, la regione siriana occupata da Tel Aviv durante la guerra dei sei giorni del 1967 e da lui confermata a nome degli Usa nel 2019.
Trump difende il riconoscimento del Golan come parte di Israele
The Donald compì questo strappo ratificando la scelta israeliana di incorporare nel 1981 come distretto del territorio metropolitano la regione montuosa utilizzata come perno contro possibili contrattacchi di Damasco e oggi estesa con la “zona cuscinetto” occupata nei giorni della caduta del regime di Bashar al-Assad nel dicembre 2024. Ai tempi, la mossa fu salutata come un aperto regalo a Tel Aviv dal primo ministro Benjamin Netanyahu e fortemente criticata dal governo di Assad.
Oggi, Washington ha riaperto la discussione con l’intervento di Trump nella Sala Est della Casa Bianca che è parso come un tentativo di sanare ogni possibile incomprensione che si era creata nei mesi del duro negoziato su Gaza tra Usa e Israele, portando anche a più scontri, mai trapelati pubblicamente ma rivelati dai media Usa, tra The Donald e Netanyahu per l’intransigenza di quest’ultimo. E il nodo strategico riguarda la relazione con la Siria, su cui per ora gli sforzi di normalizzazione con Israele da parte degli Usa sembrano destinati a una pausa.
Un freno alla distensione con Damasco
Ricordano che Israele “ha bisogno del Golan per la sua difesa” Trump ha fatto intendere di non essere disposto a un passaggio ritenuto decisivo dal governo siriano del presidente Ahmad al-Sharaa per proseguire la distensione Damasco-Tel Aviv.
“La Siria confina con Israele e Israele occupa le alture del Golan dal 1967. Non intendiamo avviare negoziati diretti in questo momento”, ha detto al-Sharaa a novembre in un’intervista a Fox News a margine della visita alla Casa Bianca che ha portato l’ex qaedista a essere il primo capo di Stato siriano mai ricevuto da un omologo Usa.
Al-Sharaa ritiene la questione del ritorno del Golan alla Siria decisiva per la distensione e nell’intervista aggiunse che “forse l’amministrazione statunitense con il presidente Trump ci aiuterà a raggiungere questo tipo di negoziati”, ma le parole di Trump di martedì sembrano aver chiuso la porta a tale prospettiva, almeno per ora. Si tratta di un messaggio a Damasco ma anche verso la Turchia di Recep Tayyip Erdogan, patrona di al-Sharaa e potenza in maggior espansione nel Levante in termini di influenza.
Il Golan come confine tra Israele e Turchia
Gli Usa vedono con prospettiva positiva l’ipotesi di un Medio Oriente privo di potenze egemoni e capace di precludere, con l’attivismo degli alleati (Israele e Turchia), lo spazio a attori ritenuti ostili (Cina, Russia e, ovviamente, Iran) ma hanno come maggior timore strategico lo scontro diretto tra Ankara e Tel Aviv.
La Siria assurge a confine di fatto tra la zona d’influenza turca e quella israeliana, che per Washington deve continuare a rimanere impermeabile a ingerenze ostili. Ribadire che gli Usa continueranno a riconoscere la sovranità israeliana del Golan è per Trump l’assicurazione a Netanyahu sul fatto che gli abboccamenti con Erdogan su vari dossier chiave, dal Caucaso alla trattativa sulla vendita dei caccia F-35, non si tradurranno in una scelta di campo eccessivamente favorevole ad Ankara.
La variabile turca nel “patto dei tre imperatori”
La Turchia è la variabile esterna che può condizionare l’agenda strategica di Trump per il Medio Oriente e l’Europa, incentrata su quello che il politologo Aldo Giannuli definisce il patto dei “tre imperatori” per la spartizione delle zone d’influenza: Donald Trump, Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu. Una terna su cui pende la variabile Erdogan, che tramite la Siria fa sentire la sua pressione su Israele. E a cui Washington intende prestare ascolto senza però garantire carta bianca.
Rimandare sine die la distensione siriano-israeliana è una scommessa sul fatto che essa avverrà alle condizioni di Washington, che intende legittimare un confine tra zone d’influenza in cui, però, il ruolo di gendarme americano resterà delegato a Israele. In vista di un 2026 in cui si temono nuovi scenari conflittuali regionali, una presa di posizione molto forte.