La corsa per la Casa Bianca è entrata nella fase finale. Mancano meno di 15 giorni all’Election Day e tutto può ancora succedere. Secondo i sondaggi nazionali, il candidato democratico Joe Biden si siederà a breve nello Studio Ovale, ma Donald Trump non è ancora pronto a lasciare Washington. Tra comizi e tweet infuocati, il presidente sta cercando di recuperare punti e raccogliere consensi per assicurarsi “four more years”, altri quattro anni, alla guida degli States. E così, a pochi giorni dal voto del 3 novembre, la tensione continua a crescere. Determinante per il risultato finale sarà l’ultimo duello televisivo tra i due sfidanti previsto per giovedì 22 ottobre a Nashville, in Tennessee. Una sfida che ha già creato polemiche non solo per la decisione di spegnere il microfono del candidato rivale mentre l’altro sta parlando, ma anche per gli argomenti di discussione.

Sicurezza nazionale, leadership, famiglia, Covid-19, questione razziale, cambiamento climatico: questi i temi scelti dalla moderatrice del duello, la giornalista della Nbc Kristen Welker. Grande assente la politica estera. “Come consuetudine e come promesso dalla Commissione per i dibattiti presidenziali, ci aspettavamo che il fulcro del confronto del 22 ottobre sarebbe stata la politica estera. Chiediamo vengano ricalibrati gli argomenti e che si ritorni ai temi già confermati”, ha tuonato il responsabile della campagna elettorale di Trump, Bill Stepien, accusando gli organizzatori di “proteggere Joe Biden”. È stato deciso “mesi fa che il moderatore del dibattito avrebbe scelto gli argomenti”, ha replicato subito il portavoce del candidato democratico. Per tradizione, l’ultimo dibattito tra i due sfidanti è dedicato alla politica estera ma con l’annullamento del secondo duello tv, i temi sono stati rivisti. Sfuma così la possibilità per il presidente Trump di mettere in mostra i suoi risultati in politica estera a partire dallo storico accordo tra Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein. Un successo al quale si aggiunge l’ultima significativa mossa del tycoon per le sorti del Nord Africa e del Medio Oriente: la rimozione del Sudan dalla lista dei Paesi sponsor del terrorismo.

Il Sudan fuori dalla lista nera del terrorismo

Le trattative tra Stati Uniti e Sudan per eliminare il Paese dall’elenco sono in corso da tempo. Al centro dei colloqui, l’ammontare del risarcimento chiesto a Khartum per il coinvolgimento in alcuni attentati terroristici tra cui quelli contro le ambasciate statunitensi in Kenya e Tanzania nel 1998. “Il nuovo governo del Sudan, che sta facendo grandi progressi, ha accettato di pagare 335 milioni di dollari alle vittime e alle famiglie del terrorismo statunitense. Una volta versati (questi fondi), solleverò il Sudan dalla lista degli Stati sponsor del terrorismo. Finalmente, giustizia per il popolo statunitense e grande passo per il Sudan!”, ha annunciato su Twitter il presidente Trump. Gli Stati Uniti avevano inserito il Sudan tra gli Stati sponsor del terrorismo nel 1993 dopo aver accusato il Paese guidato dal dittatore Omar al Bashir di dare rifugio al leader di al Qaeda, Osama bin Laden, e di sostenere i gruppi jihadisti. Il governo di transizione sudanese, che ha preso il potere con la caduta di al Bashir nell’aprile del 2019, ha subito iniziato a negoziare con Washington per far rimuovere il Paese dalla lista e sbloccare così gli aiuti internazionali di cui ha bisogno. Da anni infatti il Sudan, già colpito dalle sanzioni statunitensi, vive una situazione di profonda crisi tra conflitti, carenza di beni di prima necessità e un forte tasso di inflazione. L’accordo consentirà ora a Khartum di accedere ai prestiti necessari a risollevare l’economia e a stabilire un clima democratico nel Paese.

Normalizzazione con Israele?

Ma con la rimozione del Paese dalla lista, a Washington ci si aspetta anche che Khartum apra le sue porte a Israele. Nel suo messaggio, Trump non ha parlato di normalizzazione dei rapporti anche se il riconoscimento da parte del Sudan è diventato, negli ultimi mesi, un punto importante nelle trattative con gli Stati Uniti. L’esecutivo di transizione si è sempre detto restio a stringere legami con gli israeliani perché si tratta di “una questione complicata con dimensioni sociali e politiche che vanno indietro di decenni e che sono legate alla storia della regione araba”. Il primo ministro Abdalla Hamdok guiderà il Paese alle elezioni del 2022 e solo in quel momento, con un governo eletto in modo democratico, si potrà decidere se normalizzare o meno le relazioni con Israele. La posizione del premier sembra chiara anche se lo scorso febbraio il generale Abdel Fattah al Burhan, presidente del Consiglio Militare di Transizione, ha incontrato Benjamin Netanyahu per riaprire un dialogo tra i due Paesi. Un segnale di disgelo che non ha trovato il consenso della popolazione sudanese. Tra Israele e Sudan non ci sono mai stati rapporti diplomatici e il Paese africano con l’ex presidente al Bashir è sempre stato tra i nemici principali di Tel Aviv. Nel 1967, la Lega Araba si riunì proprio a Khartum per approvare la risoluzione dei “Tre no”: “Nessuna pace con Israele, nessun riconoscimento e nessun negoziato”.

La normalizzazione con Israele in questo momento di transizione potrebbe mettere ancor più in difficoltà il già fragile governo, ma alcuni alti funzionari sudanesi non escludono un avvicinamento tra i due Paesi nel prossimo futuro. Secondo diverse fonti, la svolta tra Israele e Sudan verrà formalizzata “molto presto”. Intanto Donald Trump ha fatto la sua mossa allungando così la lista dei suoi “successi in politica estera” nella speranza di attrarre nuovi voti e assicurarsi altri quattro anni alla Casa Bianca.

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