Il mondo è cambiato. E lo dimostra un accordo come quello di ieri sera con cui gli Stati Uniti di Donald Trump hanno annunciato il cessate il fuoco in Siria da parte della Turchia di Recep Tayyip Erdogan. Un accordo che non è certo epocale, almeno nei numeri e nelle tempistiche e che già scricchiola in alcuni villaggi di confine. Ma è un segnale inequivocabile di come oggi il mondo vada in una direzione ben più intricata e non lineare di quanto ci aspettasse negli ultimi anni. E di sicuro Trump ha rappresentato uno dei colpi più duri a un sistema che fino al suo predecessore sembrava impossibile da scardinare.

L’intesa ha una duplice interpretazione. C’è chi la considera la grande resa dell’Occidente a Erdogan, con la concessione di fatto di un’area a nord della Siria sotto il controllo delle forze armate turche che ottengono, per intercessione del Pentagono, una concessione profonda 30 chilometri e il ritiro delle milizie curde. Non poco per un Paese come la Turchia, che si ritrova, oggi, a poter controllare intere province un tempo saldamente sotto l’autorità di Damasco. Dall’altro lato, c’è chi considera questa una vittoria di Trump che, con una lettera a dir poco curiosa inviata a Erdogan e una serie di semafori verdi e minacce nei riguardi di Sorgente di Pace, sicuramente ottiene un risultato: vedere i suoi soldati fuori dal conflitto siriano e confermare la sua agenda estera in un ginepraio quale il Medio Oriente. Ovviamente con una vittima sacrificale, che, non a caso, è quella più debole: le milizie curde. Soldati che hanno combattuto l’Isis nella speranza di ottenere qualcosa che la storia (o forse semplicemente la Realpolitik) difficilmente concederà loro.

Ma l’accordo è anche qualcosa in più. Se sarà confermato (con Trump e Erdogan il condizionale è d’obbligo, tanto più in una regione bollente e complessa come il Medio Oriente) l’accordo rappresenta infatti un’evoluzione di non poco conto nella politica internazionale. Gli Stati Uniti, in pochi giorni, hanno dato un colpo a tutta una serie di certezze su cui per decenni si è incentrata l’agenda americana. Basta essere gli sceriffi del mondo, basta guerre a migliaia di chilometri di istanza che non incidano direttamente sugli interessi economici statunitensi, fine delle “endless wars”come definite dal presidente Usa – anche a costo di certificare davanti al mondo un fallimento o un tradimento. Confessioni difficili da fare per un Paese che guarda al pianeta come uno scacchiere unico e di cui poteva essere leader. Mentre oggi riconosce non solo aree di interesse e di non interesse, ma anche la possibilità di un ritiro.

Se gli Stati Uniti si “disinteressano”, altri attori sono pronti a entrare in azione. O meglio, altri attori sono già entrati in azione. Il governo turco, con una mossa audace, terrificante, ma estremamente lucida, ha saputo prendersi la responsabilità davanti al mondo di un potenziale massacro penetrando in Siria e incassando una vittoria sul terreno che di fatto allarga il confine della nazione turca. Oggi c’è un Paese che sostanzialmente ha esteso la sua autorità su un altro Stato. E nessuno ha avuto né il coraggio, né la forza né la volontà di fermarlo.

La Turchia si espande quindi (finché le altre potenze glielo consentiranno), e tutto mentre da sud avanzano due forze: Siria e Russia. Damasco si vede strappare interi chilometri di territori da Ankara in barba a qualsiasi convenzione internazionale e legge che regola i conflitti. E nel frattempo, le forze del Cremlino prendono possesso fisico delle vecchie basi americane in Siria quasi dimostrando, plasticamente, il cambiamento in atto in Medio Oriente. Ora quell’area è “affare” di Vladimir Putin, con il placet della Casa Bianca e il terrore del Pentagono e della Cia. Una mossa studiata e attesa a lungo dagli strateghi russi, che ora sanno di essere i veri padroni del confine turco-siriano. Con tutti i rischi, i costi e le responsabilità che comporta questa mossa.

Ma la Russia vuole terminare a tutti i costi questo conflitto quasi quanto gli Stati Uniti. E non è un caso che Pence e Pompeo andavano a Ankara mentre Putin si recava in Arabia Saudita in attesa poi del vertice di Sochi con Erdogan: il mondo sa che quello che sta avvenendo in Medio Oriente è la rappresentazione di uno spostamento dei poli in cui l’atlantismo, oggi, è un vago ricordo. Almeno in quella parte di mondo dove Iran, Russia e Turchia stanno ottenendo la loro vittoria mentre gli Usa vogliono sopravvivere garantendo i propri interessi strategici e la protezione degli alleati più importanti.

Per gli Stati Uniti si tratta di una ritirata strategica che molti, fra i suoi analisti, studiavano e a volte auspicavano da decenni. Sono tanti, specie nell’area conservatrice (ma con un’interessante affinità nella sinistra più radicale), a volere da anni che le forze americane guardino più verso se stesse, abbandonando teatri come l’Afghanistan, l’Iraq e la Siria ma più concentrandosi invece sui veri avversari, a cominciare dalla Cina. Con una possibile convergenza con la Russia per evitare che Pechino consolidi con Mosca (e con l’Europa) una partnership pericolosa.

La Siria può essere il simbolo di questa convergenza di interessi russo-americana. Da una parte Putin, che gioca il ruolo da pivot del mondo euroasiatico. Dall’altra parte Trump, che certifica la fine dell’atlantismo come idea per cui sia l’ordine liberale internazionale a dover prevalere ovunque. Due attori fondamentali che, con questo ultimo blitzkrieg turco, hanno messo nero su bianco anche la crisi della Nato e dell’Unione europea. La prima è a rischio perché gli Stati Uniti non vogliono esser più i guardiani dell’Occidente. La seconda sta fallendo con le lezioni politiche e i ricatti di tutte le potenze regionali e globali. E la Siria, che doveva essere la fine della mezzaluna sciita e della strategia mediorientale russa, si sta invece trasformando nella culla di un nuovo (forse breve) ordine internazionale dove vige la legge del più forte ma vige anche, per fortuna, l’assenza di schemi prestabiliti. E la pace può trovare la sua strada anche con strade del tutto improbabili.