SOGNI DI DIVENTARE FOTOREPORTER?
FALLO CON NOI

Tre uomini alla ribalta per tre Paesi che insieme rappresentano quasi un terzo del Pil mondiale (dati Fmi), un ottavo della popolazione del pianeta e quasi il 10% delle terre emerse. In modo diverso e con contesti, esperienze, storie, pesi e ruoli diversi, i tre presidenti sono la sintesi di uno stato di cose da cui è difficile prescindere.

I tratti comuni non sono pochi. Trump, Putin e Bolsonaro sono universalmente e semplificativamente riconosciuti come “uomini forti”, terminali di una concezione dirigistica della politica, a metà strada tra il tanto vilipeso autoritarismo e un’indefinibile democrazia plebiscitaria. Esponenti di una “destra comportamentale” lontana da ogni conformismo ideologico, tutti e tre rappresentano il concetto perfetto di leadership, orizzonte ideologico in cui la guida personale si antepone al partito che lo sostiene.

Se Russia Unita è nata nel 2001 col preciso scopo di sostenere la nascente stella di Vladimir Putin, il partito repubblicano americano è stato non di rado addirittura ostile a Donald Trump, asceso al soglio presidenziale con una corsa da outsider assoluto. Vale lo stesso per il Partito Social Liberale brasiliano, che nelle mani di Jair Bolsonaro, ha addirittura cambiato collocamento ideologico.

Siamo in una fase in cui i condottieri contano più delle ideologie? Sembra di sì e non sarebbe certo la prima volta nella Storia. Il Novecento è finito del resto e con esso tutte le contrapposizioni classiche e le etichette a cui siamo abituati. La stessa antitesi tra destra sociale e destra liberista (algoritmo spesso tosto da digerire sulla sponda materialista della politica), perde di senso laddove le visioni del mondo di un ex sovietico, di un ex produttore e di un ex paracadutista per molti aspetti coincidono.

Al di là dei partigianismi tradizionali, il nuovo scontro speculativo del pensiero politico sembra ormai riconoscibile nel dualismo globalismo-sovranismo; se nel primo fronte riescono per assurdo a confluire forze liberiste e liberaldemocratiche, progressiste e internazionaliste, nel secondo cesto trovano posto tutte le forme immaginabili di identitarismo, anche quelle che una volta si contrapponevano.

Non a caso, su questo filo, Trump, Putin e Bolsonaro si ritrovano perfettamente allineati. Il secondo tratto comune ai tre presidenti mette in risalto proprio questo aspetto. L’odio viscerale che il mainstream politico, finanziario, culturale e mediatico continua a nutrire e ad alimentare verso Trump, Putin e la new entry Bolsonaro, altro non è che il risvolto di un dominio globalista che pervade da un ventennio tutti i settori strategici della nostra società.

strip_articolo_occhiBolsonaro

Se consideriamo l’enorme consenso interno ed esterno mobilitato dai tre leader, offuscato a stento dai media mondialisti, ci rendiamo conto di quanto la partita si giochi tutta intorno ad un’enorme spaccatura: da una parte le masse in cerca di una rappresentanza quanto più diretta possibile; dall’altra, poteri consolidati legati a lobbies e gruppi d’influenza spesso osmotici con organismi sovranazionali.

La frattura ideale fra popoli ed élite non è una novità. Flussi e riflussi storici hanno sempre garantito alternanza fra reazione e rivoluzione, nelle più strampalate forme in cui possono manifestarsi. Con ogni probabilità il nuovo trend nazional-populist-indentitar-sovranista, indiscutibilmente vincente a tutte le latitudini, sintetizza quindi l’inizio di una fase precisa e ben configurabile sotto il profilo sociologico e politico.

Dopo quasi un ventennio di globalismo andante, alimentato da “volemose bene” salottieri e buoni propositi radical, sembra quasi tautologico pensare che la matrice liberal abbia perso slancio, a fronte di tematiche popolari rimaste irrisolte, per ironia proprio su scala globale. Particolare attenzione va riposta ai modi peculiari in cui la rivincita sovranista spesso si manifesta. Proprio in considerazione dei tre presidenti, è curioso notare come siano platealmente esposti su temi sociali intrecciati con la religione e che facciano della fede cristiana un evidente punto di riconoscimento.

Seppur con sfumature e sostanze differenti (Trump è protestante presbiteriano, Putin ortodosso, Bolsonaro un mix fra cattolico ed evangelico), l’identità cristiana sembra uscita dall’oblio forzato a cui il secolarismo ideologico l’aveva destinata negli ultimi decenni. Almeno a livello di statisti. Ben oltre il senso spirituale, la “cristianità politica” raccoglie intorno a sé l’enorme potenziale residuale rappresentato dalla gente comune. Lontani dalla retorica laicista delle élite progressiste, i valori cristiani hanno finito per aiutare la rincorsa di masse remote troppo a lungo rimaste senza voce e ora alla ricerca di una rivalsa sociale, politica e identitaria.

In questo senso, la religione è sempre stato un catalizzatore potentissimo e l’America, la Russia e il Brasile profondi non fanno eccezione. Trump che tuona contro il pericolo islamico; Putin vicino al patriarca di Mosca che benedice la parata del 9 maggio; Bolsonaro che parla nel nome di Dio: sono tutti aspetti di un passaggio epocale che sancisce la fine del “secolarismo per default”. Piuttosto che etichettare questi segnali come retaggio di un mondo morente o peggio ancora come rantoli di un non meglio precisato neofascismo, sarebbe forse meglio iniziarli a pensare come sintomo di un cambio di equilibri. Soprattutto quando a porli in essere, sono i cosiddetti leader populisti. Trump, Putin e Bolsonaro sono uomini diversi espressioni di realtà diverse ma figure dominanti di geometrie molto simili. Il cesarismo è tornato. Chi lo legge come una risposta, lo può cavalcare. Chi lo vede come una patologia è destinato solo a subirlo.