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Sebbene il procuratore speciale Robert Mueller sia arrivato alla conclusione che non vi è stata alcuna “collusione” fra la campagna di Donald Trump e la Russia nel 2016, la narrazione liberal secondo la quale il presidente Usa è “un pupazzo di Vladimir Putin” è dura a morire presso opinionisti e media progressisti (ma anche neoconservatori).

Verso il tycoon sono piovute accuse di “tradimento” che hanno raggiunto l’apice dopo il summit con il presidente russo a Helsinki, lo scorso 16 luglio, come quella dell’ex direttore della Cia Brennan, secondo il quale “per qualche ragione il presidente Trump appare intimidito da Putin, impaurito da quello che potrebbe dire o che potrebbe venir fuori sulle indagini”. Archiviata l’accusa di collusione, i media tornano a parlare proprio di quel summit. Come Politico, che si domanda: “Trump non ha collaborato con la Russia. Quindi perché ama Putin tanto tanto?”.

Davvero Donald Trump è il burattino di Vladimir Putin? Se guardiamo alle azioni concrete dell’inquilino della Casa Bianca possiamo arrivare alla conclusione che si tratta di un semplice mito – e non della verità.

Trump pupazzo di Putin? Una fake news, ecco perché

Come rileva Ted Galen Carpenter su The National Interest, i fatti dimostrano che Donald Trump ha portato avanti una politica estera spesso aggressiva nei confronti della Federazione Russa – che certamente non ha fatto piacere a Putin, come la decisione di ritirare gli Usa dal trattato Inf (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty), siglato a Washington l’8 dicembre 1987 da Ronald Reagan e Michail Gorbacev, a seguito del vertice di Reykjavík.

Il Cremlino ha reagito fermamente a tale azione e ha avvertito che il ritiro di Washington dal trattato Inf costringerebbe la Russia a sviluppare nuovi missili. “Mossa alquanto curiosa per un fantoccio”, sottolinea Carpenter. È inoltre altamente improbabile che la Russia sia felice dell’approvazione da parte dell’amministrazione Trump di due importanti vendite di armi all’Ucraina. “La decisione degli Stati Uniti di potenziare le capacità militari dell’Ucraina”, afferma Carpenter, “è un atto ostile, non certo di pacificazione. Una decisione che Barack Obama si rifiutò di prendere”.

Armi letali vendute a Kiev

Lo scorso settembre, infatti, l’allora Segretario alla Difesa James Mattis ha ammesso che Stati Uniti stanno addestrando unità militari ucraine in una base nell’Ucraina occidentale. Washington ha approvato due vendite di armi alle forze di terra di Kiev nel corso dell’ultimo anno e mezzo. La prima transazione risale al dicembre 2017 ed era limitata alle armi leggere: tale accordo includeva l’esportazione di fucili M107A1 e munizioni, per una vendita del valore totale di 41,5 milioni di dollari. La transazione dell’aprile 2018 è ben più seria. Non solo è più onerosa (47 milioni di dollari), ma include anche armi letali, in particolare 210 missili anti-carro Javelin – il tipo di armi che l’amministrazione di Barack Obama si era rifiutata di fornire a Kiev. Mosca, dal canto suo, ha immediatamente protestato.

Come se non bastasse, il Congresso ha approvato una legge che autorizza 250 milioni di dollari di assistenza militare, comprese armi letali, all’Ucraina nel 2019. Il Congresso aveva votato per due volte il sostegno militare a Kiev durante gli ultimi anni dell’amministrazione di Obama, ma la Casa Bianca ne aveva bloccato l’attuazione. L’amministrazione Trump lo ha invece approvato. Come osserva l’Abc, la vendita di armi segna un significativo aumento del sostegno militare degli Stati Uniti verso l’Ucraina dopo il 2014.

La base Usa in Polonia che irrita Mosca

Il Presidente Donald Trump non ha posto fine alla militarizzazione dei confini orientali ad opera dell’Alleanza Atlantica. Difficile che Vladimir Putin possa apprezzare, per esempio, le dichiarazioni dello scorso settembre quando il presidente degli Stati Uniti, ricevendo il suo omologo polacco Andrzej Duda nello Studio Ovale, ha detto che sta studiando “molto seriamente” la possibilità di creare una base militare permanente americana in Polonia. Duda, in una conferenza stampa congiunta, ha invitato Trump a “dispiegare più truppe statunitensi in Polonia”.

“Mi piacerebbe vedere una base americana permanente in Polonia”, ha aggiunto, suggerendo di chiamarla ‘Fort Trump’. In quell’occasione Donald Trump ha confermato, come i suoi predecessori, che la Russia “si comporta in maniera aggressiva” verso in Paesi dell’Europa orientale.

Divergenze anche in Sud America

Il Cremlino ha perseguito in questi mesi una politica che mira a creare legami economici e militari con il governo venezuelano guidato da Nicolas Maduro. Al contrario, l’amministrazione Trump ha chiaramente intrapreso una campagna di Regime change al fine di estromettere Maduro.

“L’amministrazione Usa – ha spiegato il Consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton in una nota – condanna l’uso da parte di Nicolas Maduro di personale militare straniero nel suo tentativo di rimanere al potere, compresa l’introduzione di personale e attrezzature militari russi in Venezuela. Maduro utilizzerà solo questo supporto militare per reprimere ulteriormente il popolo del Venezuela; perpetuare la crisi economica che ha distrutto l’economia venezuelana; e mettere in pericolo la stabilità regionale”. Bolton ha avvertito il Cremlino che la presenza russa in Venezuela è da considerasi come un’azione “provocatoria” nonché “una minaccia diretta alla pace e alla sicurezza internazionali nella regione”.

Ostacolato dalle indagini sul Russiagate, il Presidente degli Stati Uniti non si è minimamente avvicinato a quella “distensione” con Mosca e a quei rapporti pacifici che aveva auspicato durante la campagna elettorale del 2016. E, nonostante dichiarazioni talvolta contraddittorie e altisonanti, ha dovuto grosso modo perseguire la politica estera del suo predecessore nei confronti di Mosca.