Ci siamo! Tra pochi giorni sapremo chi sarà il 47esimo presidente degli Stati Uniti tra Donald Trump e Kamala Harris. Sebbene tutti i sondaggi suggeriscano che a decidere il prossimo inquilino della Casa Bianca saranno sette Stati (Arizona, Carolina del Nord, Georgia, Michigan, Nevada, Pennsylvania, Wisconsin), nelle ultime settimane il tycoon sta facendo campagna elettorale anche in zone che tradizionalmente votano democratico.
Trump ha tenuto comizi in Colorado, nella città di Aurora, in California, nella Coachella Valley, e a New York nella cornice del celebre Madison Square Garden situato nel cuore di Manhattan. Tutti e tre gli Stati sono considerati da decenni roccaforti democratiche che Biden nel 2020 vinse con un ampio margine e dove tutti i sondaggi, oggi come oggi, fotografano un vantaggio cospicuo della vicepresidente. Perché Trump dovrebbe spendere soldi in Stati dove è del tutto improbabile che porti a casa il bottino dei grandi elettori? Secondo diversi osservatori politici, il 45esimo presidente Usa vuole sfidare il Partito Democratico nei suoi feudi per far accendere i riflettori dei media su quelle che sono, a detta sua, le conseguenze esiziali del malgoverno dei democratici e nutrire ulteriormente i suoi cavalli di battaglia.
In Colorado – l’ultima volta in cui un candidato repubblicano ha vinto è successo nel 2004 con George W, Bush – la scelta della contea di Aurora non è stata casuale se si pensa che non molto tempo fa un video, divenuto poi virale, immortalava immigrati venezuelani mettere in subbuglio un condominio dal primo all’ultimo piano, diffondendo l’idea di una città in preda alle violenze delle gang ispaniche. Al comizio Trump ha fatto riferimento a tale episodio per denunciare la politica lassista di Harris sull’immigrazione e sul controllo del confine meridionale: “Siamo finalmente qui, ad Aurora, Colorado, per richiamare l’attenzione del mondo… su uno dei tradimenti più atroci che un leader di qualsiasi nazione abbia mai inflitto al proprio popolo”.
Nel comizio tenutosi in California (Stato natale di Kamala Harris e da sempre vetrina del sogno americano), The Donald ha galvanizzato la folla di Coachella pronunciando parole di fuoco contro il governatore democratico Gavin Newsom, accusandolo di applicare la tassazione più elevata di tutti gli Stati Uniti, cosa che costringe frotte di abitanti e aziende ad abbandonare lo Stato della costa occidentale per insediarsi altrove. Trump ha anche fatto cenno al degrado che ha colpito le grandi metropoli quali Los Angeles e San Francisco – città tra le più flagellate dalla piaga della diffusione dell’oppioide Fentanyl – promettendo di dare loro lo splendore e i fasti che non hanno mai conosciuto prima: “I democratici di sinistra radicale hanno distrutto questo Stato, ma noi lo salveremo e lo renderemo migliore di quanto non sia mai stato”.
Naturalmente, l’entourage del tycoon ha lasciato trasparire che le sue visite negli Stati Dem hanno il fine di esortare le migliaia di elettori repubblicani che li popolano a votare per candidati del Grand Old Party (nome con cui è anche chiamato il Partito Repubblicano) al Congresso dal momento che il 5 novembre non si eleggerà solo il commander in chief, ma anche i deputati della Camera e un terzo dei senatori. Secondo gli istituti di sondaggio, quest’anno anche i due rami di Capitol Hill saranno combattuti fino all’ultimo voto e circa una decina di elezioni distrettuali in California e nello Stato di New York saranno decisive per conquistare la maggioranza degli scranni, soprattutto alla Camera dei rappresentanti, dove un eventuale prevalere dei democratici potrebbe fare di Trump un bersaglio facile per avviare un iter di impeachment a causa delle indagini e dei processi giudiziari che lo riguardano.
Al di là delle strategie elettorali, c’è chi pensa che la celebrazione di comizi in zone storicamente a maggioranza democratica abbia un fine più grande e di lungo periodo. Nel 2016, Trump riuscì nell’impresa di espugnare tre stati del Midwest – Michigan, Pennsylvania e Wisconsin, altamente industrializzati e con una rilevante popolazione operaia che aveva sempre votato democratico dal 1992. Sfondare il cosiddetto “Blue Wall” fu possibile grazie a una retorica critica della globalizzazione liberoscambista e un elogio del protezionismo per promuovere la rinascita di un’industria nazionale. Nell’arco degli otto anni successivi, il Partito Repubblicano è diventato il principale riferimento per la classe operaia delle fabbriche e dei servizi (camerieri, fattorini, autisti di Uber, ecc.) non solo bianca, ma in percentuali crescenti anche afroamericana e latina, le più colpite dalla concorrenza di manodopera immigrata a bassa costo. Visitando gli Stati Blu, The Donald vuole fare breccia nel ceto medio costiero che è sempre più afflitto dall’elevato costo della vita e dalle spesso insostenibili politiche green in nome di un conservatorismo popolare che, dalla sua ascesa ad oggi ha imposto al Grand Old Party e con l’obiettivo di lasciare al partito Democratico il voto delle élite liberali della globalizzazione.