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La Gran Bretagna anti-Brexit, pro-immigrazione e tendenzialmente contraria a tutto quello che rappresenta il cosiddetto “populismo” si è riversata in piazza contro la visita di Donald Trump. Proteste attese da tempo – tanto che molti pensavano a un annullamento del viaggio del presidente Usa-, ma forse nessuno si aspettava una tale mobilitazione. 

Londra è stato il cuore pulsante delle manifestazioni. Decine di migliaia di persone hanno invaso le vie del centro di della capitale mentre Trump incontrava la premier britannica, Theresa May, e nel pomeriggio la regina Elisabetta, a Windsor. E adesso le proteste si concentrano in Scozia, dove il capo della Casa Bianca è atteso nel suo campo da golf in attesa di prendere il prossimo aereo in direzione di Helsinki dove incontrerà Vladimir Putin.

Ma chi protestava in  queste piazze? Innanzitutto le donne. Le associazioni Women’s March London e Together Against Trump sono state le organizzazioni più attive nell’organizzare le mobilitazioni. Le due marce, concluse una nella piazza del Parlamento e l’altra a Trafalgar Square hanno visto coinvolte circa 150 mila persone in tutto. Una mobilitazione così non si vedeva dai tempi della guerra in Iraq del 2003. Un segnale importante di come sia cambiato il vento anche in Gran Bretagna. Un tempo si protestava per la guerra: oggi per il presunto sessismo del presidente Usa. Un filo rosso che congiunge i movimenti di piazza della sinistra americana al Regno Unito.

Ma non c’erano solo le donne contro il sessismo nella piazze britanniche, C’erano anche i più ferrei avversari della Brexit, che considerano Trump uno dei migliori alleati dell’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. Come se fosse responsabilità dell’attuale amministrazione americana il fatto che la maggioranza degli elettori della Gran Bretagna abbia deciso per uscire dall’Unione europea.

E c’erano infine coloro che protestavano contro il razzismo del presidente Usa, accusato di aver imposto una politica migratoria (nel suo Paese) contraria ai principi umanitari, apertamente volta alla segregazione razziale, e, infine, con l’accusa ormai stantia di essere un pericoloso “fascista”.

Le interviste rilasciate alle agenzie danno un quadro abbastanza chiaro del tipo di manifestazione.  Da “Dump Trump” a “No Trump, no KKK, no Stati fascisti!”, sono questi gli slogan lanciati dalle piazze. Alcuni hanno potato pentole e padelle, altri trombe. Poi le frasi di rito di questa campagna anti-Trump: “Donald Trump è misogino, sciovinista, omofobico, xenofobo, promuove il fanatismo… e ha le mani piccole!”, ha detto Georgina Rose di 49 anni. Grant White, invece, come riporta La Presse, “porta un cartello raffigurante Trump con una svastica attorno al braccio. ‘Sono anti-Brexit, anti-Trump, c’è un’ondata di fascismo di cui dobbiamo liberarci'”.

Da sottolineare anche le parole espresse da Jason Caines, 50 anni, che parla del gonfiabile rappresentante Trump con il pannolino: “Va bene, deve essere fatto perché Trump è un bigotto e un razzista, non dovrebbe essere presidente, avrebbe dovuto essere Hillary Clinton”. Già, avrebbe dovuto, ma così non è.

Ma cosa ci dicono queste manifestazioni di piazza? Fondamentalmente insegnano, ancora una volta, il grave rischio dietro queste proteste: l’incapacità di accettare il verdetto democratico delle urne. I manifestanti non accettano Trump eletto democraticamente negli Stati Uniti da milioni e milioni di persone. E sono gli stessi che non accettano il risultato del referendum sulla Brexit. Sono gli sconfitti non della democrazia, ma attraverso la democrazia. Un sistema che evidentemente non piace finché non si vince.

Il rischio qual è: che come al solito si identifichi la piazza con un intero popolo. Ma la Gran Bretagna non è quella che è scesa per le strade, così come l’America non è quella che protesta continuamente contro il presidente Trump. C’è un altro Paese, che è quello che ha fatto vincere la Brexit al referendum e che ha confermato la volontà di perseguire in questa scelta attraverso il voto che permesso di governare ai conservatori.

C’è un popolo, e poi c’è una parte di popolo. E queste piazze britanniche continuano a confermare una pericolosa incapacità di accettare il voto espresso dal popolo. È sacrosanta la protesta, un diritto inalienabile della nostra società che va difeso sempre. Ma il limite tra manifestazione e non accettazione dell’avversario è molto labile.

La mancanza di legittimazione politica dell’avversario è un problema che sta coinvolgendo tutto il mondo occidentale. Ma Gran Bretagna e Stati Uniti, in particolare, rappresentano esempi perfetti di questo deficit democratico. La Brexit e Trump hanno rappresentato la vittoria del mondo “populista”, ma hanno significato la sconfitta di certi movimenti, partiti e idee che oggi scendono in piazza. Eppure essi continuano, imperterriti, a definirsi la parte migliore dell’elettorato e del Paese, creando un pericolo cortocircuito della democrazia elettiva.